Ziba Karbassi, Poesie (PoesiaPresente, 2011) – Recensione di Federica Volpe
26 apr 2011 6 commenti
in Recensioni, Traduzioni
Il testo prodotto nel 2011 dall’Associazione Mille Gru (Poesia Presente), volto a presentare l’autrice iraniana esule a Londra dagli anni ottanta, Ziba Karbassi, è un progetto ben riuscito.
L’autrice, considerata la poetessa che si esprime in lingua persiana più completa della sua generazione, non è nuova alle traduzioni in altre lingue.
Il lavoro svolto dall’associazione, però, è interessante poiché non solo riporta le poesie in triplice lingua (italiano, inglese, lingua d’origine), ma lega al testo un cd in cui le poesie vengono lette in persiano dalla stessa autrice, in inglese da Stephen Watts, in italiano da Cristina Viti.
Ciò è fondamentale per capire la poetessa in questione, che utilizza la sua lingua come fosse un canto di strazio. La registrazione dimostra come la lingua differente spesso non sia limite, ma ricchezza.La Karbassiriesce a trasmettere, tramite la voce, che è da lei considerata fiato di vita, il suo sentire, anche se pronunciato in suoni di un codice che ci è sconosciuto.
Il progetto abbatte, dunque, ogni barriera, e non rimane che la poesia nella sua più estrema purezza.
La teatralità, la ripetizione, il gioco di parole che diviene giogo del senso: tutte queste caratteristiche pungenti e commoventi vengono abilmente messe in mostra tramite la voce come, in questo caso, mai la carta avrebbe potuto fare.
Importante, del resto, è l’uso del corpo che si congiunge alla poesia nel richiamo che ne fa la parola. Moltissime sono le presenze corporee a volte dure, quasi macabre, che la poetessa mescola al suono tremante.
“Il poeta inizia il processo creativo a partire dal corpo e dai sensi, dal toccare e dal guardare”, scrive Ziba nella nota introduttiva del volume.
Nella poesia Resistenza, per esempio, troviamo i versi: “Sulle cosce i lividi la pelle strappata / il fegato in cenere / con tutto questo male / le resta solo un grido un grido sai!”, come a spiegare in quale modo la voce di chi appartiene a quei luoghi, lei compresa, prenda forma e potenza proprio a partire dalle sensazioni, dal dolore spesso anche fisico da cui scaturisce l’esigenza.
O ancora, in Al diavolo in cui è la terra ad avere connotazioni corporee, la sua terra che sente essere umana, forse a tratti addirittura un suo specchio: “La terra ha le braccia legate strette dietro la schiena”.
La Karbassiè la poetessa dell’Ira(n), poiché parla della patria lontana così come se mai l’avesse abbandonata, ancora totalmente appartenente a quel luogo che le è genitore; eppure non può non indignarsi, arrabbiarsi, contorcersi per quel Paese che non le è solo a cuore, ma che è il suo stesso cuore, troppo e pericolosamente intriso di dolore e male da dover obbligatoriamente serbare cicatrici.
Da questo nascono versi carichi ed aspri, come “vedi non ho più paura / è un lupo selvatico che ho dentro / una tigre piena di veleno / io sono un mostro di fuoco / se apro la bocca io tutto il mondo va a fuoco” (da Lapidazione). Eppure la parola non serve a molto, non salva, non dice (“il mio canto è un lamento più acuto delle parole”, scrive infatti in Cellule scritte).
La salvezza, tuttavia, non sta nel dimenticare il dolore, ma nel viverlo intero, come un ricordo sempre presente, come un’identità: “Hey, con tutti questi ricordi nomadi / non portarmi via da me stessa / non portarmi mai via da me stessa” (da Danza del mio sangue e della mia terra).
Ed è proprio il ricordo che dà una voce così forte e al contempo così ferita ad una poetessa che mantiene tutte le caratteristiche di una donna che vuole difendere in abbraccio il suo Paese difficile, curarlo.
F.V.
MARCO ARAGNO – Zugunruhe
19 apr 2011 Lascia un commento
in 1.Poeti
Marco Aragno - “Zugunruhe” (Lietocolle, 2010)
DATI BIOGRAFICI:
Marco Aragno è nato a Villaricca (NA) nel 1986 ed attualmente risiede a Giugliano in Campania (NA). Diplomato al liceo classico, frequenta la facoltà di Scienze Giuridiche della Seconda Università di Napoli. Ha vinto il terzo premio (sez. inedita) al Premio Internazionale Mario Luzi nel 2008 ed è stato finalista al Premio nazionale il Fiore nel 2010. Suoi inediti sono apparsi sulla rivista “Poeti e Poesia” diretta da Elio Pecora (n. 19, 2010).
ZUGUNRUHE
La raccolta “Zugunruhe” è un viaggio tra luce e buio. Questa la mia ipotesi almeno.
Ci viene subito in mente Eraclito e la sua teoria dell’unità dei contrari: “la legge segreta del mondo, di cui il filosofo vuole essere scopritore e banditore, risiede proprio nella stretta connessione dei contrari, che, in quanto opposti, lottano fra di loro – poiché ‘l’uno vive la morte dell’altro, come l’altro muore la vita del primo’ – ma nello stesso tempo non possono stare l’uno senza l’altro, vivendo solo l’uno in virtù dell’altro (ad esempio la sazietà della fame, la salute della malattia, la giustizia dell’offesa)” (Abbagnano, Fornero, 2000).
Per parlare di “Zugunruhe” mi piace ricordare altri due frammenti eraclitei, il 54 DK (l’armonia invisibile vale più del visibile) e l’enigmatico fr. 123 DK che in una traduzione approssimativa è resa con “la natura ama nascondersi” anche se mi pare sia più accettabile pensarla nei termini di Andò, a sua volta nella rilettura di Kirk (“la reale costituzione di ciascuna cosa ha l’abitudine di nascondersi” per esprimere quel logos che per quanto accessibile alla conoscenza non si trova sulla superficie delle cose ma si nasconde in ogni cosa particolare).
Niente è casuale, tantomeno nelle liriche di Marco. La prima sezione della raccolta (“Millimetri luce”) si apre con una citazione di Mario Luzi e dei suoi versi ottobrini. “È passata, (…)/ l’età immodesta e leggera/ quando si aspetta che altri,/ chiunque sia, diradi queste ombre. Quel che verrà verrà da questa pena”.
Non è questa la parte citata e la scelta mi sembra significativa: Marco non ricorda i versi che raccontano la maturazione di una consapevolezza ma quelli che ne esprimono ancora la necessità e il desiderio. Poiché il buio è assenza di luce, noi possiamo dire di conoscere il buio solo attraverso una sua negazione. Così anche l’oblio è l’assenza di qualcosa, assenza di memoria. Ma l’assenza di memoria come l’assenza di luce è la mancanza di un elemento che si oppone all’altro nella dualità conflittuale del logos eracliteo, morte, fine del conflitto: “Per questo siamo stati, per non perdere/ il vizio di ricordare”, scrive Marco.
Le tre poesie di questa sezione introduttiva rappresentano il momento che segue il risveglio (“E la luce, l’abbaglio improvviso”) quando il sonno avrà finalmente il suo nome, ora che ci siamo destati (“Ma questa mattina traspare/ con un chiarore di cellula/ sulla nostra vita”).
Segue la “Nostalgia” di Ungaretti a introdurre la sezione che dà il titolo alla raccolta: “E come portati via si rimane”.
“Zugunruhe” come ci ricorda Franca Mancinelli nell’introduzione al libro di Marco “è un termine tedesco che indica, letteralmente, un’ansia di movimento, un’irrequietudine che coglie gli animali migratori, e soprattutto gli uccelli quando la stagione li chiama a partire e qualcosa lo impedisce” (Lietocolle, 2010).
La mia ipotesi è che in ciascuna delle cinque poesie di questa sezione vi sia un momento nelle liriche di sottile inquietudine che agisce come un presagio di qualche cosa che dovrebbe succedere e che poi, infine, non accade. Un tremore sembra annunciare la scossa che non arriverà.
In “Qualche volta ritorno per capire” l’annuncio è nella seconda strofa. Se un altro Marco ha scambiato per la scia rumorosa di un treno quegli anni che s’affacciano “dal confine delle finestre”, la stanza si prosciugherà di stelle “come prima di primavera”. Interessante il passaggio del treno, interessante che avvenga durante il sonno, quasi come se il nucleo della famosa novella pirandelliana, ora, superato il Novecento, si potesse trattare alla stregua di sogno: sarà passato davvero questo treno? È stato solo un presentimento: “gli ombrelli si apriranno/ verso il silenzio della sera”, come ogni sera, ci sembra di poter aggiungere.
Zugunruhe, un’inquietudine che sale alla superficie dell’acqua come una bolla “anche se alla finestra/ ritrovo i corsi e le strade di sempre”. Anche se “in qualche pozza del cortile/ già si riposa il rosa della sera./ E gli ultimi passanti si allontanano”. La poesia che dà il titolo alla sezione e alla raccolta presenta un segno inequivocabile dell’”annuncio” che abbiamo postulato nella nostra ipotesi: “Tremano i nomi, Giulia”. Pochi versi inquieti, quattro appena, in una cornice desolata resa gelida e distante dal contesto urbano: “Solo da qui, da questa parte/ voglio ripassare sul marciapiede/ qui dove tra due palazzine/ si rischiara il giallo dei platani/ e pare quasi di tenerti nel tempo”. Anche in “Porti la pioggia di settembre”, prima che “la ragazza dall’ombrello rosso” si volti e lasci “la nebbia di sempre” c’è “quest’acqua di neve” che “mi dice che esisti”. Ma non è questo un evento che sia destinato a generare consapevolezza. Niente si sottrae all’oblio, al nulla.
Si passa così alle “Illusioni notturne”, terza sezione di “Zugunruhe”. Questa volta Marco sceglie Vittorio Sereni a dargli il la: “Salvaci allora dai notturni orrori/ dei lumi nelle case silenziose”.
Se gli ultimi versi della precedente sezione denotavano una raggiunta consapevolezza del nulla al quale tutti siamo destinati, ecco che il poeta racconta l’uomo alla prese con tale consapevolezza. “Si rientra d’un passo nell’inverno” come nella poesia di Sereni e ci si rende conto che le barche, su un lago che “è solo un tardo/ ritorno d’acque” non ci sono, non ci sono mai state, anche se c’era sembrato di intravedere una bambina “giocare con i cigni reali” e ridere, ridere ancora del sole. Ma “non invecchia nel sonno/ il pensiero di venirti a cercare” e si crede “a quel che viene dopo/ per avere un ritorno/ una fatica nuova da dire”. È un arrendersi alle ore invernali – e quindi al buio – ciò che segue. “Non so più camminare all’indietro/ sul solco battuto”: le illusioni notturne rappresentano forse un desiderio mai sopito, che è quello leopardiano di abbandonare ogni coscienza – per quanto soggettiva – della realtà. Forse è questo l’orrore “dei lumi” delle case silenziose di Sereni, è questo “sempre” che ritorna come qualcosa di acquisito ormai, che non reca più sorprese agli occhi di chi sa o credo di conoscere tutto: il fatto cioè che nessuno sappia niente, poeta compreso. Alla fine, seguendo le parole di Marco, non possiamo “che fare il tuo nome/ nel cavo degli alberi/ ricordare” – e ricordare è una volta di più parola chiave – “la storia coprendo/ d’ombre la nudità” della nostra casa.
E poi “Distanze”, quarta e penultima sezione di “Zugunruhe”. Distanze dalla città che fagocita. “Cosa ci resta da riconoscere?”. Nulla. E pare che questa impossibilità di distinguersi dall’ambiente sia dovuta a un amore finito se “Solo per quei ragazzi/ stretti come ciechi/ al freddo degli abitacoli notturni/ gli occhi si riaccenderanno/ sui sentieri, sul buio delle campagne”. Seguiamo il poeta e la sua interlocutrice “fermi nell’ora del guado” su un autobus senza sapere – loro e noi – quante fermate manchino alla fine della città. Alla fine di quella che è sembrata una lunga notte di nebbia, resta sempre, “imperterrito”, il mattino. Ma non sono gli uccelli a vociare. “Solo un lungo ronzio di mosche/ che brulica fra le pareti, dentro i muri/ dietro le porte della casa”. Ecco che riecheggia qui, una volta di più, il frammento eracliteo della “reale costituzione di ogni cosa”, che ha l’abitudine di nascondersi. Poco importa dove.
“Ipocentri” infine. Guarda caso un “punto nell’interno della crosta terrestre da cui ha origine un terremoto”. Ancora una volta è qualcosa di sotterraneo, di invisibile allo sguardo che cerca di emergere. “Tu hai aperto gli occhi” è la frase d’apertura dell’epigrafe: un atto di rottura rispetto a un passato che si presume cieco, ipovedente. “Un rombo/ ha fatto tremare tutte le strade, finché niente/ è rimasto più da salvare”. Si rende ancora più concreta l’ipotesi che la poetica di “Zugunruhe” sia fondata su binomi antitetici quali luce-buio, memoria-oblio sopra descritti: “Mi tengo/ in un lungo risveglio, stretto all’unghia/ delle cose, alla tua pelle che cerco/ con un’ansia da cieco” come chi si renda conto di aver sofferto le fatiche del Purgatorio solamente ora che è asceso al Paradiso. Solo che nella poesia di Marco i protagonisti umani non seguono moti ascensionali: sono forze esterne, impalpabili ad emergere – spesso con furia – dal sottosuolo. E un sentimento d’amore pare l’unico in grado di sottrarre la vita all’oblio della mera esistenza: “così” – quando l’io sperimenta l’abbandono – “vaghi fuori di qui/ sconosciuta, né ti riporta/ il gesto che prolungo all’infinito/ la mano che tendo inerte, dietro di me,/ verso secoli di oscurità”.
“L’unica certezza”, in questa vita di brevi inquietudini e lunghe sospensioni meditative pare essere quella di “saperti/ rifiorire improvvisa da una zolla/ come una rosa, un’impronta di luce/ in cui ritrovarci per sempre”. Anche se la dualità luce-buio non sembra essere destinata a ricomporsi. Di qui forse l’irrequietudine degli uccelli migratori che coglie anche il poeta, nel desiderio utopico di liberarsi della sua stessa natura.
Vittorio Tovoli
BIBLIOGRAFIA:
N. Abbagnano, G. Fornero, Fare filosofia, Paravia, Milano, 2000.
M. Aragno, Zugunruhe, Lietocolle, 2010.
Le fonti circa la lettura di Valeria Andò del frammento 123 DK sono state tratte da www.liceomanara.it
POESIE SCELTE DA “ZUGUNRUHE”:
da “Millimetri luce”
Per questo siamo stati, per non perdere
il vizio di ricordare,
per dare i nostri nomi alle strade
mettere gli infissi alle porte
quando s’oscura il cielo sulle case.
Ma questa mattina traspare
con un chiarore di cellula
sulla nostra vita.
Ogni volto si riapre
con la stessa pace – esula
nel colore atteso. Tu mi guardi
trascorsa da questo tempo
e ti accendi nella forma di sempre.
Dietro le cose nulla agita il vento
solo la luce traversa le nostre mani.
da “Illusioni notturne”
Vorrei portarti come porto
una mano sugli occhi
per fare il mondo meno lontano.
Ma stanotte la nebbia tarda
ad asciugarsi, a dire chi siamo
dall’altra parte della finestra.
Così ti arrendi a novembre
trascorri il freddo di chi non ha
un po’ di luce su cui tornare.
da: “Ipocentri”
Non qui, dove i lampioni ci portano
un cielo basso senza stelle, non qui si destano
i volti nelle auto parcheggiate. Un rombo
ha fatto tremare tutte le strade, finché niente
è rimasto più da salvare – lungo i portici
di un corso deserto –
Guardavo il bicchiere
rovesciato, i capelli della ragazza, la mano che pulisce
sotto un sole d’estate. La folla del centro.
SIMONA MENICOCCI – poesie scelte
15 apr 2011 1 commento
Simona Menicocci affida alla poesia il compito di esprimere attraverso ogni suo elemento –strutturale e lessicale- la crisi sociale e individuale propria di un’intera generazione.
Il soggetto si muove lungo linee spaziali e temporali fatte di continuo presente e stagnamento.
Ne consegue uno smarrimento, una perdita di ruoli e di identità: il futuro è uno ieri rimandato mentre il passato è ridotto a un segno, un simbolo esautorato di ogni significato e possibilità.
E’ il corpo ,invecchiando, ad accorgersi per contrasto dell’arresto e della resa: “ora che è, non è ieri e tanti spazi in mezzo/ che non conta arrendersi/ se si è stati anche oggi/ con lo spazio e tutto il da/ riempire i liquidi, il riempitivo/ e dirlo con la ruga.”
Generazioni modellate in base alla domanda/offerta, ridotte a codici a barre, spremute fino all’osso fino ad arrivare a noi che siamo “ancora più inconsistenti”, che ci rincorriamo “nelle gabbie ricurve”, che “rinneghiamo- pasti lenti-passi falsi-/ sulle passerelle disertate- vetrine- grembi- da vendere- biasimandoci- con le camicie larghe”.
L’autrice ci mette davanti a un mondo frammentato che conosce limiti solo per rimandi, che si calpesta e ripete l’orrore/l’errore per un’abitudine non chiara, senza inizio né fine, in una sospensione priva d’uscita. Sono latenti i limiti di questa condizione assurda, così come la sottomissione a regole buie e piene di una logica che non ci appartiene ma che sopportiamo affinchè almeno la caduta abbia “un suono di contatto”.
In questo scenario soffocante, cerchiamo comunque di capire come poterci inserire in una normalità che conosciamo ma che ci appare preclusa, in un gioco di esterni e interni e con una consapevolezza che ci porta fuori sempre più fuori.
L.A.
***
spremono falci e croci e martelli e fiamme -
premono – prenderanno – credendoti codice a barre -
numero e non parola – numero e non parola -
chiedono acqua e chiodi e chiedono – ti tolgono -
taglieranno – in parti uguali – le leggi – che violano -
volendosi – primi padroni – di patrimoni – di patrie -
pietose. – primi – prima di porsi il dubbio -
modellando la domanda – la faranno – prima -
risponderanno – ultimi – prima di ultimare -
la sentenza – le sequenze incrociate – scorci di verità -
contraffazioni – falsificandosi – contraddicendoci.
ci basteranno, bastandoci i bastoni sulle tibie dei no
più nudi per calcolare lo scarto, la risultante
per dire ennesime afonie.
ancora più inconsistenti – rincorrendoci – nelle gabbie -
ricurve – rinneghiamo – pasti lenti – passi falsi -
sulle passerelle disertate – vetrine – grembi -
da vendere – biasimandoci – con le camicie larghe.
Non vedendo. a tastoni a tamponare gli spigoli,
i contorni, il fenomeno aguzzo, i fili
che ancora tirano, tirano fuori
ma dentro, entrano dentro.
***
stanno morendo – le piante – muoiono o no? – tanti
a tonfi – attorno – ritornano o no? – pochi – parchi -
a chiazze – nelle piazze del mercato – i giorni pari -
i giorni dispari – la faccia tremebonda – quando non si ha
e non si hanno – soldi non solo sogni – per chi ha cose -
le cose da fare – le cose che restano e tornano domani -
da fare per essere fatte – o anche – per dire di averle -
fatte per dircelo che non – muoiono e muovono la mucosa -
della parte cava – dalla parte giusta – dall’alto verso -
attraverso il naso – lo spazio provvisorio per poca umidità -
la sinusite che soffia – soffri – gli olezzi – i profumi -
per abituarsi – la puzza nelle piazze del mercato -
anche la domenica, a cercare gli scarti – ti svegli tardi -
la domenica, ti attardi. -
Il frigo è pieno.
***
lenta la guerra finta, abituata
la foto che fa la folla, gli scatti,
follie a scatti esigui, degli indici
dietro il campanile che suona
il tuono, copre il colpo col suono.
è solo caduta, solo la dimenticanza,
(un segno diverso che va schivato)
ieri era un anno fa, era poco fa
che faceva paura e fa ancora.
ancoràti alle lancette, mèmori
hanno album, i catini sotto il mento
senza spazzole per le macchie,
lordure, schifarle come
chiamarle? farle, tanto le fanno
come i bambini, a giocare col fango
di uranio impoverito.
Non storcere il naso:
è pronto da mangiare.
***
l’essere nel suo farsi interrogativo
punto d’arresto, posto di blocco, pausa di retaggi.
arretri, fai spazio alla risposta,
spazio tolto al passo, perimetro
aperto dal contorno che arretra.
non fai sagoma né profilo, fai sgarro,
lembo sghembo, da ambo i lati buio
labbro scaduto a caccia di precetti,
detti dal primo, prima di te,
prima che dica: cadi.
Fare gruppo, doppia fila
(cadono, a poco a poco cadono).
***
che poi il tempo conta
ora, solo ora che è passato
come nulla passa, come
tutto resta indietro solo
ora che c’è il rendersi
conto, l’altro spazio, tic tac
tocchi, tatti, tanto non serve
ora che è, non è ieri
e tanti spazi in mezzo
che non conta arrendersi
se si è stati anche oggi
con lo spazio e tutto il da
riempire, i liquidi, il riempitivo,
l’oramai
e dirlo con la ruga.
Nata il 09/03/1985, vive e studia a Roma. Laureanda in Lettere, sta preparando una tesi di Letteratura italiana contemporanea sul Tiresia di Giuliano Mesa.
Suoi testi sono stati pubblicati su: «Poetarum silva», «Pi Greco. Trimestrale di conversazioni poetiche» e «Nazione Indiana».
Alcuni dei testi qui presentati fanno parte della raccolta Incidenti e Provvisori in uscita presso le edizioni de La Camera Verde.
Una poesia di Roberta D’Aquino, un’analisi di Federica Volpe
30 mar 2011 1 commento
in 1.Poeti
Le mani attardate sui fianchi
ci dicono che non si torna
ai posti di partenza quando in gioco
c’è il profumo dei gelsomini
e non dispiace alle mie anche, né
ai tuoi polpastrelli, questa sosta
dice “vieni, oggi è il primo giorno
lungo: il sole giace sulla primavera
un’ora in più” e tu cammini
sulla fuga degli occhi, in equilibrio
(Roberta D’Aquino, inedita)
La lirica di Roberta D’Aquino è in continuo crescendo, da diversi punti di vista: quello ritmico, quello formale, quello contenutistico.
Il ritmo della poesia varia da una stanza all’altra. Nella prima strofa ogni verso è un’onda marina che, arrivata ginnica a sdraiarsi sulla spiaggia, urge di ritrovare respiro tornando indietro, a maggiore profondità d’immersione, nel verso sottostante. Il ritmo sembra complicarsi solo al terzo verso, che, più lungo, comporta un affaticamento che induce a rallentare, forse addirittura a immaginare una pausa tra “partenza” e “quando”. I due versi centrali fanno da compromesso tra questo ritmo di onda marina che va e con spasmo ritorna e la quartina sottostante, laddove infinite sono le frastagliature della costa che le onde vanno a toccare. i due versi centrali, dunque, fanno idealmente da traghetto del pensiero che cresce e da vago e liquido diviene più dettagliato e solido. I due versi, infatti, sono spezzati, e l’enjambement fa da solido collante. Questo parziale spezzarsi fa da mimo tra le due stanze, copiando un po’ l’una un po’ l’altra, portandoci dolcemente al ritmo singhiozzato delle dune della spiaggia che è l’ultima strofa. Idealmente, infatti, oltre alle pause più lunghe a fine verso ve ne sono di più brevi che segmentano la voce, la rompono, la provano nell’inseguimento del dire. dice_ “vieni,_ oggi è il primo giorno / lungo:_ il sole giace sulla primavera / un’ora in più”_ e tu cammini / sulla fuga degli occhi,_ in equilibrio. Da notare quel “lungo” che diviene breve, che confonde, che affascina, che sconvolge.
La prima quartina, formata quasi interamente da novenari, viene turbata solo al terzo verso da un endecasillabo che ne impedisce la totale armonia metrica. I due versi centrali, sono un ottonario ed un decasillabo, due versi che ronzano intorno al novenario iniziale, bramandolo senza raggiungerlo. La quartina finale, invece, è il tripudio del verso libero: un novenario, un dodecasillabo, un ottonario, un endecasillabo. E’ evidente, dunque, che lo scombussolamento primaverile espresso nel testo è anche del testo stesso, e che questa è una lirica che tenta inizialmente e forse anche inconsciamente la pacatezza della forma metrica per poi lasciarsi conquistare dal confuso ardore del senso e del suono, divenendo sempre meno conchiusa ma anche sempre meno vaga, sempre più precisa. La forma metrica mancata, dunque, non toglie fascino alla lirica, piuttosto lo aumenta donandole aromi più intensi, colori più puri, gusti più rari.
Nella prima quartina vi è un “noi” non ben definito, fatto di parti corporee (i fianchi, le mani) che non sono, però, attribuite chiaramente a nessuno dei soggetti che compongono quel plurale. Quell’incontro, infatti, non concede ritorno ai punti di partenza, ma costringe dolcemente alla fusione, al nebbioso essere fusi. Anche la primavera è vaga, non nominata chiaramente, ma portata nella stanza con un omaggio floreale che è, in realtà, solo un profumo, un profumo che è in gioco, che prevede di essere vinto ed avvinto solo da quella pluralità così indefinita eppure perfetta. Eppure, ci dicono i due versi centrali, questo androgino d’amore non è che “una sosta” che “non dispiace”. I due corpi, in questo distico, vengono denunciati: le anche appartengono all’io poetico che si stacca dai polpastrelli dell’altro, pur rimanendovi vicino. La quartina finale si apre emblematica con un verbo alla terza persona singolare. “Dice” potrebbe essere riferito alla primavera, forse più coerentemente alla sosta, o forse ancora è quella fusione che parla, trasformando il “ci dicono” della prima strofa in un singolare avvolgente. L’annuncio è quello dell’allungarsi delle giornate, una richiesta di congiunzione non solo all’altro, ma anche alla primavera, o forse alla primavera tramite l’altro. l’immagine finale, fuorviante, inaspettata, seducente, ci sorprende: c’è un tu, che potrebbe essere uno dei due protagonisti, più verosimilmente l’altro. La sosta è finita, ma il movimento è degli occhi che si perdono, e che fanno perdere quella congiunzione, quella unicità. Eppure, seppure si sia perso parzialmente il contatto, anche se il momento sta sfociando nel mare del ricordo facendosi portare dalle onde dei versi, non è perso quell’equilibrio che sembra essersi smarrito nel vortice del verso libero.
Caos e ordine sono nella natura che trionfa in questa lirica, caos e ordine sono nella stessa lirica, che è natura, poesia, vita.
F. V.
FRANCESCA COPPOLA – poesie dalla raccolta inedita “Non togliermi il vestito”
29 mar 2011 2 commenti

La poesia di Francesca Coppola con fermezza di voce si appoggia all’ armamentario poetico ben consolidato di una certa poesia contemporanea: il verso fisico, a tratti prendibile, genera una tensione a cogliere delle cose il loro rapporto con il tutto, con l’oltre.
Non stupisce, pertanto, incontrare dei versi in cui la realtà, colta nella complessità dei suoi fattori, restituisce al lettore un’occasione di senso, una fiammella che prende piede mano a mano fino ad ingrandirsi in un fuoco immenso: per questo anche soltanto “dire Ciao al solito passante” o più meravigliosamente ancora “destinare l’immenso ai fiori” diventano gesti sacri, necessari a fare le cose eterne.
C’è nei versi di Francesca Coppola una determinazione virile a non subire il mondo, ma a sfidarlo con la calma di chi sa bene che è “bello stringere assi e sentirsi invincibile” ma più bello ancora è “ritirarsi come una statua a piangere” perché anche il dolore conviene, anche il pianto può essere occasione per prolungare all’infinito la domanda sul significato di sé, del proprio esistere.
Il desiderio della Nostra, come del resto di ogni uomo minimamente sensibile, a non morire, a durare oltre, è chiaramente espresso nei versi: “Avrei voluto solo vivere un po’ di più / ieri in giardino, dietro una formica stesa al sole”. E ancora sentirsi addosso la piccolezza di una formica dietro la quale potersi distendere e scomparire, quel senso del limite che costringe l’uomo a indagare la consistenza vera di sé, la propria terra di appartenenza, la sola, la definitiva.
Quel “tu” misterioso che attraversa la sua poesia, che si fa compagno di strada, che le fa dire anche in condizione di dolore estremo “no, le scarpe non sono consunte”, che sia il movente vero di questi versi? Ma si cammina qui come “attorno a un segreto”, instancabilmente, con le piante dei piedi insanguinate e le labbra asciutte, il cuore sempre pronto a ricevere con le sue antenne.
Francesco Iannone
***
Fermi al centro
il centro è dolore, aria
poi niente, bufala e squallore
questo eleggersi smeraldo
……a fine giornata
tutto qui, il tesoro dei Maya
dire “Ciao” al solito passante
destinare l’immenso ai fiori
Risorgerai, lo so
proprio dalle mie parti
- volevo le tue paure -
ti faccio vedere come muore
un airone, tu come stai?
.
In nome di un’assenza
metti un giorno senza l’ombra
tutto afa e genziana
senza i lasciti a mani di sera
e una macchia poi alla mattina
di quante scatole ferme a marcire
e i sorrisi aspettano ancora di sapere
se i mari hanno bisbigliato promesse
e se tu hai preferito scambiare le carte
bello stringere assi e sentirsi invincibile
poi ritirarsi come statua a piangere
aver più di vent’anni e scordarsi
di srotolare le maniche
.
Non togliermi il vestito
Avrei voluto solo vivere un po’ di più
ieri in giardino, dietro una formica stesa al sole
godermi la terra delle isole vergini
e non girare splendidi asfalti lastricati di code chiuse in venti
_____Avrei scelto l’inquadratura migliore
se solo avessi potuto evitare il faro in stand by
Scoprire i monti e per una volta non ostacolarli
capire le altitudini per le diverse generazioni
e non scrivere l’imbarazzo, pentirsi del risveglio
Il folle vira sempre ad est
l’ I-phone come identità speculare
il grazie in tutta fretta
___________________e non mi guardare
___________________ti prego
.
Angelo atterrato in un portone
ci sono cose che non sai nascondere
e così preferisci mettere in mattoni
un tempio restando a contemplare l’atrio
quasi ti vedo nei giri concentrici
di parole fritte che non perdono quota,
neanche se a cadere poi sei tu
e perdi il vizio di uscire la sera
lasci agli altri la virtù del vivere
secondo le regole
chi fa i soldi con un fiore sulla maglia
e tu prepari la camicia come l’ultimo caffè
appendi scarpe e ragione, ritirando le trame
senza distinzioni, senza sesso
respirare il faggio, qualche passo
che dietro un nome c’è la parafrasi del non detto
sono il male in linea alla cicatrice
nell’ordine perfetto di una chiesa
.
Non si vede, ma le impronte sono anziane
no, le scarpe non sono consunte
tu vedi la punta, il tacco a pois
e i colori li decidi ogni qualvolta parli
e non abbassi lo sguardo
no, che non sono carne da macello
le piume come rischi imprecisi da cogliere
tra una spinta e un pestone,
si rassegnano
avevo un senso
nella cintura della vestaglia
celata dal tappo senza stecca della biro
ero neon fulminato e custodito
come reliquia in un comodino
camminavo attorno a un segreto
massacrandomi le orme
ma tu sparavi alto
.
Francesca Coppola Se fosse nata in altri tempi, sarebbe stata fra i primi fenici a notare il succo porpora che sprigionavano i molluschi, strega ancor prima del cristianesimo o amanuense dalla gonna troppo corta, di sicuro cortigiana nel Rinascimento. A Francesca invece è toccato vivere ora, quando i tempi sono più oscuri che mai e il disegno divino è tramontato da secoli. Adolescente dalla calma solo apparente, ben presto si sente solleticata dalle piume di una penna e dai contorni di un cielo che tenta di sfumare. È il filo illogico di internet ad aprire mondi inimmaginabili di condivisione, di crescita, di stupore soprattutto nel gridare quella voglia spasmodica di scrivere che trova nell’amore e nelle sue affascinanti sfaccettature il tema predominante. La forma dei versi attraversa fasi decisamente opposte da quella più semplice e armoniosa a quella più sintetica e a scatti, da quella passionale a quella definita più volte surreale. I fogli madidi si aprono in delta inimmaginabili specie a chi ha troppa fantasia e scarsa adattabilità, a chi sente il “diverso” dentro e la realtà appare come strada univoca; l’inchiostro crea barriere calde e accoglienti, i muri seppur di gomma proteggono la sensibilità e Francesca proprio come in puzzle cerca di mettere insieme i pezzi di una vita, scorie e brandelli non sempre pienamente visibili o percepibili, colorando l’insoddisfazione e la curiosità ogni giorno, solo per lasciare un segno e resistere.
Ha pubblicato Perle di Piombo con il sito Scrivere, anno 2007. È presente nei libri: Foto di gruppo con poesia (Autori vari), 2009, Ladre di desiderio, In tema d’amore, 2008. Ha partecipato a varie pubblicazioni: San Valentino 2010, Addio Alda, Salutiamo Eluana, Earth Day, Tibet, Festa del papà, Festa delle Donne, Ladre di desiderio. È citata sul web, http://networkedblogs.com/3Zoo9, La stanza di Nightingale, E-zine di Poesia e scrittura contemporanea. Gestisce un forum di scrittura creativa: http://versinvena.freeforumzone.leonardo.it
Giovanni Peli – selezione inedita dalla raccolta “Il passato che non resta ed altre poesie”
10 mar 2011 4 commenti
in 1.Poeti, Anteprime, Inediti, Segnalazioni
Giovanni Peli è, prima di tutto, un musicista. A questa sua unica e coccolata raccolta, Il passato che non resta ed altre poesie, ancora inedita, egli affida i suoni di una voce artistica diversa ed uguale a quella musicale: una voce nera d’inchiostro che si abbatte sulla carta per esprimere “solo gli occhi più neri del nero” ( da Il nostro nero”, vedi sotto).
Perché, in fondo, la voce prosastica eppure ritmata di Giovanni racconta un mondo in cui immaginazione e realtà non si distinguono, o più semplicemente si fondono, donando al lettore una emozione a doppio senso: da un lato il gusto amaro del reale che costringe e opprime; dall’altro il gusto dolce dell’invenzione poetica che racconta, regala, nasconde con una parzialità che conduce alla curiosità.
In qualche modo l’autore conduce il lettore ad essere artista, e dunque a non fermarsi all’immanente della carta. Peli ci induce piuttosto a cercare di immaginare, con la nostra propria sensibilità e la nostra propria intuizione artistica (forse spesso impolverata dalle stesse costrizioni da lui additate in poesia) le storie che si specchiano su un’unica faccia di un prisma ben più grande e sconosciuto, che ci trascina come vortice in una sfrenata ricerca degli altri ignoti volti.
In qualche modo l’autore si fa, anche in poesia, musicista, pifferaio magico che tenta di scacciare i topi della realtà opprimente (eppure oggetto solido di indagine poetica) e trascinare con note curiose il bimbo dell’immaginazione nascosto in ognuno di noi.
F.V.
Eravamo forse solo nell’ 86
La prima magia era quella del sole,
tutti i giorni c’era il sole e il profumo di cose buone da mangiare.
Tutti i giorni la casa della nonna a un quarto all’una
era un altro paradiso di sole,
perché era piccola piccola e c’era una grossa poltrona
dietro alla quale è sempre bello nascondersi.
Era piccolo quell’appartamento ma era al quinto piano
e anche da soli si poteva giocare a stare sul balcone
a farsi venire le vertigini e i superpoteri
o a vedere da una finestra, come delle spie,
dentro a quegli angoli
che erano sempre invisibili da giù.
Omaggio a Pagliarani
La macchina fotografica la voleva regalare proprio a lei,
la giovane sua nuova segretaria, che poi avrebbe capito,
che qualcosa in cambio era giusto darlo, e lui, il capo, proprio se l’aspettava.
L’impiego era bello,
l’ufficio in una via così vecchia e accogliente,
vicino a certi palazzi vecchi con dentro il giardino,
che belle le ville dei signori e il capo quel furbo,
mandava sempre Franco a fare le commissioni
e cominciava a parlare di quanti soldi aveva,
di come gli affari stavano andando bene,
di come era contento di avere in ufficio due aiutanti bravi e giovani,
e belli come lei, e anche come Franco, che era un bravo giovane.
Tutto lei con quel viso avrebbe poi ottenuto
e un vuoto per tutta la vita
e giochi senza regole, apatia.
E noi
col sonnifero e tanti rimandi letterari
cose vere non nostre.
Avvitare e stringere
Lo sguardo di uno che non credeva
per niente a quello che stava facendo: era tutta
una questione di oliare, avvitare e stringere,
guardare le cose piccole dentro gli ingranaggi.
Era solo questione di farsi venire il mal di schiena
stando 12 ore al giorno in piedi. Tutta la sua vita.
E tutto il giorno il sorriso di sua moglie,
registrato e finito in un cassetto del cervello da tirare
un sorriso di chissà quando o mai stato:
anche lei sfinita tutte le sere e i suoi turni,
e tutto il giorno le voci inspiegabili
dei due bambini angeli brividi
che vorrebbero dire di no
e non lo fanno.
Il nostro nero
La bisnonna delle carte
“Prét co-la capèla
nutìsia bèla”
e poi sulle sue ginocchia
“Co-le braghe rotte
col capèl de pàja…
avanti canàja!” fingendomi di farmi cadere
e io tanto lo desideravo
come mio papà invece a cadere veramente
nei suoi fantasmi zitti
perché da giovane era uguale uguale a me
solo gli occhi più neri del nero
e l’odore di officina dentro
e mai mai nomi per le stelle
solo confondere col suo nero la sua notte.
Fragile e bianca
Ti ho seguita lungo paradisi
corrimani, code di gente.
Era la nostra campagna
alla fine del giorno erano
soli mai stati un continuo scoprirsi.
Io perduta la prima madre
crescevo in un continuo futuro
immaginando…
ho reso il mio cuore
duttile e
l’impazienza
folle di cuore e derisa si è buttata a sporcare e sporcarsi.
Tu bianca tu fragile tu parli
adesso di ombre che ci hanno
sempre accompagnato.
Per anni ho taciuto
ed ora senza noi la verità la nego,
ora nell’inganno passo il tempo
con altra luce non richiesta
a coprire quell’ombra.
Caterina e il futuro
I bambini che sento dal telefono
possono impacchettarmi
me con i miei anniversari
segnarmi sull’agenda
ogni cosa.
Caterina per esempio
legge le mani al contrario
se te le sei rovinate troppo
dentro
stringendo il tempo
finché hai potuto.
Marco Pivato – “A poca voce”
15 feb 2011 2 commenti
in 1.Poeti, Opere prime
Basta sfogliare le recensioni, note critiche, pareri apparsi nel web che salutano con favore l’opera prima di poesia di Marco Pivato (classe 1980), di formazione chimico farmaceutico, per farsi un’idea chiara e precisa, ricostruire una mappatura certa della poetica di questo giovane autore. Quand’è così è sempre difficile essere quella che viene dopo, una che viene a raccontarci dell’altro. Altro da aggiungere? No, certamente. Dichiaro sin d’ora che non è questo il risultato cui tendo, quanto quello di diffondere una parola che va diffusa, discutere circa un’idea della poesia che va discussa. Mi spinge una necessità, dunque. Un dovere laddove esiste, senza dubbio, un merito. Le poesie di Marco, tratte dal libro “A poca voce” (Manni, 2008) sono una “riflessione scientifica” sull’amore che merita attenzione, una ricerca condotta con gli strumenti della parola poetica. Anzi, scienza e poesia sono due azioni strettamente connesse. Entrambe spingono verso la conoscenza del mondo, delle sue dinamiche. Lo stesso Marco in una bella intervista rilasciata ad Ennio Cavalli per Rai Radio1 dice che “la scienza, piuttosto che a farla, sono più bravo a raccontarla”. Cos’è che può essere raccontato a poca voce? Si può dire dell’amore con poca voce? Sembra di sì, se la botanica del sentimento basta a se stessa e scoppia di vita e di presenza perché così arriva, come una scoperta. E noi ne siamo vettori, a volte inconsapevoli, a volte partecipanti. Pivato, però, fa un salto in più: ne è osservatore interno ed esterno, non si tira indietro al momento della verifica, della dimostrazione della teoria. Non è solo un teorico ma esercita un empirismo amoroso; è un instancabile ricercatore eppure umile, col radar sempre all’erta e, forse, la sanissima paura di fallire (ora per favore, / reggi per me / la mia paura.). Questo è certo. Bene dice Zavoli nella sua prefazione: “[…] la ricerca e la conoscenza, la percezione e il sentimento di quello stato regale e del suo indefettibile dominio; e qui mi preme non lasciar prevalere l’idea che si tratti di un “canzoniere” dedicato non tanto all’amore, quanto a una alchimistica, combinatoria, innamorante felicità dell’animo e del corpo.” Ma anche lo stesso Marco, in una sua nota, specifica: “E questo è l’elemento comune a scienza e poesia: l’uso delle immagini. La scienza con la teoria, e la poesia con la retorica, tracciano immagini del mondo e dei suoi fenomeni. Nella volontà, più o meno conscia, di scienziati e poeti, c’è il desiderio comune di riprodurre il mondo, c’è la fantasia di ricostruirlo per renderlo presentabile, accettabile e comprensibile. Contemporaneamente dal punto di vista logico e dal punto di vista emotivo.” Penetrare, col corpo tutto, all’interno del poema della natura e riportalo chiaro e irriducibile all’occhio del lettore pare sia il movimento reale di Pivato, quello che si coglie forte e vivido leggendo i versi, travalicando, a volte, persino le dichiarazioni di poetica più su riportate: “È tarda primavera, / dormi con me su questo letto / di colza e di ginestre gialle.”; “Dimmi, / dov’è che sta la vita nelle persone? / Dov’è che fa radici? […] Sta nel riso? Nel chicco d’uva? / Dove sta? / Sta nel tuo smalto? / Nelle dita sottilissime?”. E a volte una risposta arriva come giunge una scoperta inaspettata, mentre si segue un percorso di metodo e rigore, di laboratorio, di chimica e formule. Ed è come per quegli eventi che accadono e che lo scienziato ripercorre in lungo e in largo per poter dare un senso, non riuscendo, però, neppure a fare a meno di riconsegnare loro quel poco di mistero che tutto intero non afferra: “Ti troverò ancora appollaiata come un angelo / sui ramuccoli sottili come le falangi […]”
anna ruotolo
***
V)
È tarda primavera,
dormi con me su questo letto
di colza e di ginestre gialle.
Siedi, e poi stenditi
sulla cima, qui con me,
all’eremo più alto del Montefeltro.
Il tuo amore era un’amarena;
ricordi il suo liquore?
Quando si versa fa gli archetti nel bicchiere.
Denso, viscoso il verso
che fa uscendo dalle gambe
era morbido, vino di visciole:
con la nostalgia dello zucchero
e dell’aspro a cui s’ispira.
Tu dicesti,
chissà se intendi ferire i miei fianchi
senza torcere il cuore,
o stringerli tutti e due prima solo con le parole.
Poi con la pelle, il petto, le smorfie delle labbra,
tenendo gli occhi chiusi
per vedere meglio cosa mi farai dentro.
VII)
Nella zuccherosa notte di aprile,
a tempo col fiato delle foglie;
sui fianchi tuoi,
in assolo col miele dei tigli:
non ci siamo mai baciati.
Le parole erano petali,
verdi schiume e polline secco.
Il tempo voleva fare l’estate,
la potenza del nostro incontro distendersi
come la linfa delle gemme nelle vitamine dei frutti.
Le nostre confessioni, invece,
tiravano tardi a germogliare
le sillabe di marzo.
Mai ci siamo detti che ci amiamo.
Primavera s’allungava in una scia e trovava libertà;
noi vendevamo acerbi i nostri cuori
soltanto a piccoli sguardi.
IX)
Lasciaci stare;
se ti amerò per sempre non posso conoscerlo,
se mi sposerai per sempre tu non sai,
se per questo,
avrai abbastanza domeniche,
sufficienti primavere.
Mentre aspetterò senza guardarle,
sarà piacevole la mia contraddizione:
non reggere all’idea
che se ti toccherò le gambe
non sarò più di nessun’altra.
Mentre decideremo di avvicinarci,
le mie mani non sapranno,
quale legge le farà cadere sulle guance,
piuttosto che ovunque.
Ci ameremo,
senza essere,
tu ed io,
arbitrariamente liberi
di evitarne la paura,
la scelta
di non farlo accadere.
X)
Tienimi la mano,
la tua mano fantasma in inverno.
Io ti prego,
mentre di spalle
l’estate mi spinge
al bagno più tremendo.
Ora che il tuo corpo è morto
mi chiedo dove stavi prima.
Dimmi,
dov’è che sta la vita nelle persone?
Dov’è che fa radici?
Quale distretto delle membra morde alla gente
per resistere aggrappata tanti anni di passioni?
Che sia nel cuore?
O nelle ossa?
Tu la tenevi nella gonna
che ora ha perso il tuo odore e le tue molecole.
Sta nel riso? Nel chicco d’uva?
Dove sta?
Sta nel tuo smalto?
Nelle dita sottilissime?
Io ricordo:
semplicemente,
stava in quella graziosità,
quella tua di portare dei fiori sulla camicia.
XI)
Lasciami soltanto, se vuoi,
lo spicchio di Luna
del tuo piccolo sorriso.
Lasciami
il tuo spicchio di Luna,
che meritava sempre il perdono
quando mi tagliava con le falci,
bianche e rotonde.
In cambio
ti regalo le mie mani
con l’inganno di donartele,
senza dirti che i tuoi fianchi
non m’hanno mai permesso
di ritrarle.
Mi tengo uno spicchio
del tuo sorriso lunare;
lo prendo da quella sera che eravamo al mare
quando mi dicesti:
con la sabbia faremo un castello
e vivremo per sempre lì.
Quella volta io risposi
sì,
anch’io ti ho scelta:
ora per favore,
reggi per me
la mia paura.
XIV)
Ti attendo Novembre,
nel ferro freddo dello scorrimano
che scende in cantina
dove c’è vino forte per la sera,
che scende in giardino
dove l’incuria di un Sole canuto
ti sparge in migliaia di aghi.
Ti aspetto strutta sui cadaveri di marzo:
non ti si vede mai con gli occhi;
è l’olfatto a precederti senza appuntamento:
sei l’odore delle foglie,
dopo la pioggia, nella fossa dell’autunno.
Ti troverò ancora appollaiata come un angelo
sui ramuccoli sottili come le falangi:
nelle ombre degli alberi
che infilzano il muro della casa,
quelle che scompaiono alle cinque del pomeriggio
non appena che la Luna le ha crocifisse sull’asfalto.
Marco Pivato, di formazione chimico farmaceutico, si è specializzato in giornalismo scientifico alla Scuola internazionale superiore di studi avanzati (Sissa) di Trieste. Attualmente è redattore presso il gruppo del Quotidiano Nazionale. È membro della Società italiana di tossicologia (Sitox), dell’Unione giornalisti italiani scientifici (Ugis) e dell’Associazione stampa medica italiana (Asmi). Si occupa del rapporto tra scienza e società e in quest’ottica ha pubblicato “A poca voce” (Manni 2008), poemetto dedicato ai luoghi poetici della scienza con prefazione di Sergio Zavoli e un breve saggio sul rapporto tra scienza e poesia. Ha inoltre recentemente pubblicato “Il miracolo scippato” (Donzelli 2011). “Valmarecchia misteriosa” (Capitani editore, 2011), una guida in poesia, un cantico sulla natura di una delle più belle valli d’Italia, con prefazione di Sergio Zavoli, è in corso di pubblicazione.
Terra di fuoco – una poesia di Arturo Montieri
09 feb 2011 5 commenti
in Una poesia
La mia terra è terra
che al mattino segue l’alba
e la sera torna nel ricordo.
Profuma di piccole mele acerbe cotte al sole
e di mare che non piange sale.
La mia terra è un grido che passa sui giornali
come allarme per un giorno.
È infinita -
un cielo che non conosce toni grigi.
È terra che inghiotte il fuoco
dentro e fuori dalle bande.
Arturo Montieri nasce ad Aversa (CE) il 12/12/1975. Vive a Roma. La
prima raccolta di poesie esce nel 1998 con il titolo “L’Incompleto”
(Ed. Libroitaliano). Altre sue poesie compaiono in diverse raccolte.
Attualmente scrive haiku, aforismi e poesie brevi.
I giovin/astri di Kolibris
08 ott 2010 Lascia un commento
in Anteprime, Collana Colibrì, Concorsi letterari, Festival, Foto, Inediti, Novità editoriali, Opere prime, Presentazioni, Reading, Recensioni, Schede libro, Segnalazioni, Siti letterari, Traduzioni, Video
I giovin/astri di Kolibris è un sito collettivo gestito da Antonio Buccelli, Francesca Coppola, Francesco Iannone, Anna Ruotolo, Vittorio Tovoli, Federica Volpe
con il sostegno della casa editrice Kolibris e con il coordinamento di Chiara De Luca, Isabella Leardini e Rossella Renzi.
I giovin/astri di Kolibris nasce come spazio virtuale a supporto della nuova collana Colibrì, dedicata alla giovane poesia contemporanea italiana e internazionale, ma mira a divenire punto di partenza per incontri, reading ed eventi al di fuori della rete.
Invitiamo tutti a contribuire a questo che vuole essere un laboratorio e un luogo di incontro e discussione, d’informazione e accrescimento.
In particolare invitiamo i giovani poeti a
proporci i loro testi inediti e segnalarci l’uscita dei loro libri, proponendocene un’anteprima e una presentazione
segnalarci premi letterari, eventi culturali, reading e concorsi
proporci segnalazioni di libri e recensioni, anteprime e assaggi di lettura di libri di altri poeti, coetanei e non
sottoporci nuove idee, darci consigli e suggerimenti per migliorare.
Le proposte editoriali per la collana di giovane poesia contemporanea Colibrì e i contributi per il sito “I giovin/astri di Kolibris” devono essere inviati all’indirizzo e-mail: giovinastri@edizionikolibris.eu.
Premio Nazionale di Poesia “Fulvio Nuvolone” 2010 Quinta Edizione
11 ott 2010 Lascia un commento
Il Premio è articolato in due sezioni:
Prima Sezione – Poesia in lingua italiana, a tema libero, inedita e mai premiata, di non più di centoventi versi;
Sezione “Giovani” – Poesia in lingua italiana, a tema libero, inedita e mai premiata, di non più di sessanta versi.
Questa Sezione è riservata ad autori italiani “giovani ”, che alla data del 03 novembre 2010 non abbiano superato i 25 anni di età.
Ogni autore potrà partecipare solo ad una delle due Sezioni. Pertanto, tutti gli autori, a prescindere dalla loro età, possono partecipare alla “Prima Sezione”; gli autori “giovani” che vogliano, invece, partecipare alla “Prima Sezione ” non possono concorrere alla Sezione “Giovani”.
Ogni partecipante dovrà inviare la poesia in 6 copie dattiloscritte, di cui 5 copie anonime.
La sesta copia, completa delle generalità e firmata dall’autore, dovrà essere inserita in una busta chiusa – contrassegnata solo dall’indicazione della sezione cui si intende partecipare, ovvero “Prima Sezione”, oppure “Sezione Giovani” – insieme ad un foglio con i dati anagrafici, l’indirizzo, il numero di telefono e/o cellulare, l’eventuale indirizzo e-mail ed una breve nota biobibliografica. I soli partecipanti alla Sezione “Giovani” dovranno indicare, inoltre, la data ed il luogo di nascita.
Le poesie dovranno pervenire a mezzo posta raccomandata con ricevuta di ritorno, entro e non oltre il 03 novembre 2010, ai seguenti indirizzi:
Associazione Culturale – Premio Naz. di Poesia “Fulvio Nuvolone”
Via Provinciale per Cascano – 81030 Casanova di Carinola (CE)
oppure a:
Giuseppe La Vecchia – Premio Naz. di Poesia “Fulvio Nuvolone” Via Marconi, 34 – 81030 Casale di Carinola (CE)
È valida la data del ricevimento e non quella della spedizione. Pertanto, il Comitato Organizzatore escluderà dalla partecipazione al Premio i plichi pervenuti dopo il 03 novembre 2010 e non risponderà di eventuali ed accidentali ritardi postali.
Non è prevista alcuna tassa di lettura.
I premi:
Prima sezione
1° premio: € 600,00, pergamena, o targa ricordo;
2° premio: € 300,00, pergamena, o targa ricordo;
3° premio: € 200,00, pergamena, o targa ricordo
dal 4° al 6° premio: pergamena, o targa ricordo;
Sezione “Giovani”
1° premio: € 300,00, pergamena, o targa ricordo;
2° premio: € 200,00, pergamena, o targa ricordo;
3° premio: € 100,00, pergamena, o targa ricordo;
dal 4° al 6° premio: pergamena, o targa ricordo.
Il regolamento completo qui
Brano dal mio testamento
11 ott 2010 Lascia un commento
Non voglio che tu sia lo zimbello del mondo.
Ti lascio il sole che lasciò mio padre
a me. Le stelle brilleranno uguali, e uguali
t’indurranno le notti al dolce sonno,
il mare t’empirà di sogni. Ti lascio
il mio sorriso amareggiato: fanne scialo,
ma non tradirmi. Il mondo è povero
oggi. S’è tanto insanguinato questo mondo
ed è rimasto povero. Diventa ricco tu
guadagnando l’amore del mondo.
Ti lascio la mia lotta incompiuta
e l’arma con la canna arroventata.
Non l’appendere al muro. Il mondo ne ha bisogno.
Ti lascio il mio cordoglio. Tanta pena
vinta nelle battaglie del mio tempo.
E ricorda. Quest’ordine ti lascio.
Ricordare vuol dire non morire.
Non dire mai che sono stato indegno, che
disperazione m’ha portato avanti e son rimasto
indietro, al di qua della trincea.
Ho gridato, gridato mille e mille volte no,
ma soffiava un gran vento, e pioggia e grandine:
hanno sepolto la mia voce. Ti lascio
la mia storia vergata con la mano
d’una qualche speranza. A te finirla.
Ti lascio i simulacri degli eroi
con le mani mozzate, ragazzi che non fecero a tempo
ad assumere austera forma d’uomo,
madri vestite a lutto, fanciulle violentate.
Ti lascio la memoria di Belsen e di Auschwitz.
Fa’ presto a farti grande. Nutri bene
il tuo gracile cuore con la carne
della pace del mondo, ragazzo, ragazzo.
Impara che milioni di fratelli innocenti
svanirono d’un tratto nelle nevi gelate
in una tomba comune e spregiata.
Si chiamano nemici: già! I nemici dell’odio.
Ti lascio l’indirizzo della tomba
perché tu vada a leggere l’epigrafe.
Ti lascio accampamenti
‘una città con tanti prigionieri:
dicono sempre sì, ma dentro loro mugghia
l’imprigionato no dell’uomo libero.
Anch’io sono di quelli che dicono, di fuori,
il sì della necessità, ma nutro, dentro, il no.
Così è stato il mio tempo. Gira l’occhio
dolce al nostro crepuscolo amaro.
Il pane è fatto pietra, l’acqua fango,
la verità un uccello che non canta.
È questo che ti lascio. Io conquistai il coraggio
d’essere fiero. Sforzati di vivere.
Salta il fosso da solo e fatti libero.
Attendo nuove. È questo che ti lascio.
Kriton Athanasulis, in Antologia della poesia greca contemporanea, Crocetti, Milano 2004
Anna Ruotolo: Secondi Luce, LietoColle 2009
11 ott 2010 Lascia un commento
in Video Etichette: Anna Ruotolo, Chiara De Luca, Secondi luce
POESIE DI MAZIYAR GHIABI
18 ott 2010 14 commenti
in 1.Poeti
La redazione de I Giovin/astri dopo attenta analisi ha ritenuto degno di pubblicazione un giovane poeta dalle origini iraniane. Il lavoro di critica e selezione viene effettuato con grande impegno e passione. Vi ricordiamo che la posta elettronica (giovinastri@edizionikolibris.eu ) è sempre affamata di nuovi talenti da valutare ed eventualmente presentare on line.
Breve biografia
Ha sempre creduto che la sua biografia sarebbe stata scritta da qualche giornalista e non da se stesso. La sua autobiografia, pensa, è nelle sue parole. Peccato.
Nato l’11 Luglio 1986, ad Arak (Iran). Trascorre i primi anni di vita fra Tehran, dove vivono i genitori, e la casa dei nonni.
All’età di sette anni, si trasferisce con la madre in Italia, a Rossano Calabro, dove passerà quattro anni della sua infanzia e imparerà l’italiano (e qualche parola di calabrese).
Finite le scuole elementari si trasferisce nella nebbiosaMantova dove concluderà le scuole superiori al Liceo Scientifico Belfiore. Mantova resta per lui un esilio d’orato della propria adolescenza: benessere altrui, provincialismo, pigrizia, passività politica. Là ha molti amici, qualche nemico e nessuno senso di appartenenza.
Nel 2005 si iscrive al corso di Lingue e Letterature e Istituzioni del Mediterraneo e dell’Eurasia all’Università ca’ Foscari di Venezia, seguendo i corsi di Arabo e Persiano. Approfondisce in questi anni lo studio generale delle lingue e della poesia, soprattutto moderna, sia europea che arabo-persiana. Venezia è la rinascita, la bellezza e il caos di una città sul mare, delle amicizie ideali; della notte.
Nel 2007 vince la borsa di studio Erasmus, lascia Venezia e si reca ad Aix-en-Provence per 9 mesi. In Francia si innamora di Marsiglia, primo porto d’Africa.
Nel frattempo scrive la tesi di laurea triennale sugli Autori Iraniani in lingua straniera. Si laurea nel 2008. Nello stesso anno si scrive alla corso di laurea magistrale in Relazioni Internazionali Comparate, e torna per un anno a Venezia, dove approfondisce lo studio della politica mediorientale.
L’influenza della poetica francese – YvesBonnefoy, Desnos, Eluard, Baudelaire – e dei poeti arabi – MahmudDarwish – cresce con lo studio più approfondito di queste lingue.
Nel Settembre 2009 parte per Damasco, dove si concentra sullo studio dell’arabo e verrà in contatto con gli ambienti letterari underground della città. amici-nemici beduini, incomprensioni culturali e linguistiche, qualche lettura notturna fra amici, animano questo periodo della vita.
Da lì nel Maggio 2010 ritorna dopo 7 anni di assenza nel suo paese l’Iran, dove raccoglie materiale per le proprie ricerche di tesi (sulla minoranza araba nel sud del paese).
Resta in contatto con amici-poeti in Siria, Francia e Spagna. Conosce diverse lingue: persiano, arabo, francese, inglese e spagnolo; ama leggere poesia straniera e tradurre quando trova il tempo. La lingua italiana resta però il suo grande amore; da cui l’attenzione all’etimo della parola e al gioco verbale.
Si laureerà nel prossimo mese. Scapperà dai confini nostrani portandosi dell’Italia, solo l’italiano.
3 – Poema epico d’Inverno
Non raccolgo il riflesso del mio volto
Nel luccicar della penna,
o dell’inchiostro.
Lo colgo, forse,
nella bianca pagina, nell’assenza
di un’assenza di un’assenza.
Muoio morto mezzo malato morto
E vengo vado verso
Vino di versi,
cado canto cariche di cose colte
da gente sfiorita da lacrime per il nulla
riempio le mie vene, di cenere
del futuro, le mie vene d’inchiostro…
solo inchiostro voglio che rimanga
della mia assenza
di assenza di niente.
È così ormai l’Inverno,
cambiando tono della voce,
riempiendo le tasche della mente
di foglie morte sbriciolate d’Estate,
e di niente;
così è una sola Musa eterna,
una musica sola, una sola immagine,
un camminare d’Inverno solo
un patire da notte precoce
un pianoforte nelle vene
e niente.
Una calamità della mezzanotte,
una valanga di candele
accese negli occhi,
la tragedia del voltarsi,
la fine che non inizia;
così l’Inverno,
come un’oliva nera,
lo vorrei un’allucinazione
un letargo della mente,
di sempre,
un letargo di tutto quel che vidi
degli occhi che maledico
di ciò che scorre
mentre io scorro
e maledico,
di ciò che è solo una credibile assenza
di un niente.
Di una scaramanzia,
o una leggenda.
4 – Notte punto e linea
Deserto e luce
Cenere e diavoli
Una domanda nella stanza
Nelle mani due parole
Di smentita del mentire.
Un capo unico
In una gioia che è
Come ogni altra cosa,
vera e smentita,
ricordo, giacere e fuggire.
Non dico che è peggio,
o che la luce svanisce
d’improvviso…
Le linee che seguo
Sono due:
una va per l’orizzonte
l’altra è ferma in un punto
della notte. Ed è notte.
5 – Notte, carta: annegarvi
Quando non respiro
Per sentire più forte
Non so se m’appartiene la vita
O la morte.
Percepisco un sospetto
E non mi fido:
qualcuno ha già detto
quel che dico.
Agitato per quest’infamia:
il suono è della penna
sulla carta
spada che scalfisce
la lama avversa ed avversaria;
una ad una indietreggia
nelle linee
ma non scava l’inganno
e non scova la parola.
Respiro.
6 – Emblema rosso della mia mano
Devolvo un ammontare di parole
Alla causa persa del mio ego
Che si scopre sbiadendo un semplice
Emblema rosso della mia mano.
Lo scandaglio non è che una semplice parola
Che intimorisce. Ed il timore non è altro
Che la paura. L’imbrunire è se stesso
E solo a volte è tra i monti
Per chi è uso vivere il mare.
L’oceano è tutto, anche i mari,
i laghi sono pozzanghere di sputi
e l’uomo non è che una tomba di idee,
il mondo gli appartiene ma perdutamente
non esiste.
Gli equivoci son tutti i secondi
del pensiero.
Lo sbadiglio è una fessura per il sogno,
che non è né sonno né cometa,
né una miriade di voli e cadute.
È il resto del tempo che svanisce
Come le comete
I voli
Le cadute,
Assomiglia ad una metafora follemente pensata
Che svanisce.
8 – …
Tutto è scomparire e cammino, verità
polvere nel respiro, verità
aria nei singhiozzi verità
e silenzio nella verità verità
che quando la si scrive verità
non dovremmo pronunciarla verità
in nessuna lettera, verità
come uno spazio bianco verità
della pagina. verità
Così al termine di ogni rigo verità
Io pongo la parola verità verità
Ma non compare verità
Per chi ascolta. verità
Comprende forse colui incerto verità
Ma vivo, verità
che sente ogni rima verità
di verso verità
baciato al suo culmine verità
da un’assenza: verità!
11 – Lettere
Riemerge per noi
evoluzione di storie diverse -
il verso allucinato,
l’accordo taciuto della Storia.
Singulto di un urlo
framezzo d’indecisione,
ribellione a chi scrive,
allo scritto,
ribelli dell’Eterno.
Le cattedrali del Verbo
tengono a stento
il cerchio imperfetto della parola:
si dice – verità – ma più non respira,
tra pietra di consonante
e vocale di stoffa,
lo spazio dei suoni
di nuovo s’arresta:
sisepolgono cadaveri
nei cerchi delle O,
fonti di luce, liquidi,
nello stretto bacino
di una G,
il papiro di una confessione
nel piedistallo marmoreo
di una E…
Chi lesse tra le mie parole?
Sappiamo Noi,
che le Parole
di niente dicono,
di tutto tacciono.
12 – La piazza dei Cerchi dischiusi
La piazza dei cerchi dischiusi
ha per cielo nuvole più leggere
d’un angolo di quartiere
di bimbi che giocano forte
a nascondersi in un pianto.
Essere grande nuvola,
ed esser leggero…
…essere veloci e immensi
ed essere cielo…
15 – Anele
Io forse non conosco le scaglie sottili
al lato del tuo iride,
non vedo talora il giungere frettoloso
e cadente come battito del tuo passo,
e tutto passa sugli scogli
tutto m’accade fra i sospiri trattenuti
i contorni delle tue forme
scalfiscono i miei occhi
ne rimane il segno fermo
caldo quanto caldo è il respiro
sul tuo collo,
in quella notte
che sarà sul tuo collo
un caldo e una cometa
dentro le vene, tormente,
nell’attimo stretto
dei nostri corpi
nel compiersi
di un inchiostro
riempirsi d’una carta
in Destino,
in sudore…
21 – Manoscritto scoperto prima della scoperta del « Manoscritto trovato in un libro di Josef Conrad »
« L’uomo è un certo numero
di tenere imprecisioni »
Ho bisogno di nebbia
come di conoscere;
d’inganno come di donne sconosciute,
scoprire con le parole
ho bisogno delle cose false
e inesatte,
delle giustificazioni assurde:
lasciarsi di fronte l’infinito
delle perfette inesattezze.
25 – A BJB
Quando dormi affianco
e la tua bocca socchiusa
a bocciolo di fiore immaginario
che si espande fra le coste
fresche e stagliate della Scozia,
il tuo respiro muta in rosso
di gabbiani, roteanti sopra il mare,
i tuoi scatti come batter d’ali
prima di impattare un pesce
fuor dall’acqua.
28 – A GezimHajdari
Anche io procedo
consumato più del verde,
e anch’io non porto nulla
più che il mio corpo
porto solo gli occhi.
33 – Terra Amata
Nel sonno assomigli alla terra viva
Al tuono e alla savana,
scuoti con leggerezza il petto rotondo
e non sembri inquieta di nessuno.
La paura fa capolinea
negli ampi spazi del respiro.
i tuoi respiri, ora diffondono lenti
E regolari di calore la stanza,
Smussano i contorni rigidi e geometrici
Delle pareti che da sempre soffocano
In pentimenti la mia vista,
s’aprono i tuoi fianchi come insenature
di fiume e ricordano nella superficie
la leggerezza dell’acqua e dell’ocra,
e si distendono finemente in un estremo
di grazia curva e dettagli di danzatrice,
risalendo la tua terra, inevitabilmente.
MICHELE PORSIA – da “Bianchi girari”
27 ott 2010 3 commenti
in 1.Poeti

Senza temere la parola e già a partire dal titolo centrato e particolarissimo di questa silloge inedita – titolo-chiave -, Porsia costruisce una piccola bibbia che trascrive con l’amore e la dedizione di un amanuense. Disegna ad uno ad uno i suoi Bianchi girari, fantastiche bordure di una scrittura arrivata a noi splendente e intatta.
Lontana, nonostante il richiamo umanistico, dall’apparire “già sentita” o “antica”, la scrittura di Michele Porsia rivà fino alle origini, traccia quasi un’antropologia dell’archeologo indefesso, costante, piegato sul suo lavoro. Egli scava per cercare le ossa, i corpi stretti calcificati tra loro e, dietro questi, cerca ben oltre e intende trovare il “primum” della parola, il suo inizio (“il diario dello scavo / poema nella stratigrafia delle parole”). Il lavoro di Porsia procede per sottrazione, eliminazione di strati e sovrastrutture. E’, certamente, una ricerca costante, un “riportare alla luce” ma anche un lavoro di catalogazione, registrazione e racconto. Dall’inizio – da capo – tutto riparte primo, puro, non toccato (Ma forse / non aveva ancora nome l’amore / e la morte) così come la prima lettera di un manoscritto, l’incipit fregiato, un grande inizio che attiri. Sembra si sfiori l’impasse: è parola-pietra liscia e nuda che scintilla appena riemersa dall’acqua e, insieme, bianco girare nient’affatto spoglio e modesto? Non deve spaventare il contrasto, dall’impasse si esce pensando che Porsia probabilmente conosce il peso di una poesia che si innalza dal colloquialismo quotidiano e fa un salto all’indietro – ma così, forse, proprio più in alto e dunque liberatorio -, una poesia preziosa che costa impegno e precisione, dorature, crescenza e perizia, senza che questo appesantisca il senso e l’operazione, anzi, facendo solo intravedere l’intenzione. La storia umana del poeta – visibile a tratti e quindi mai troppo centrale nel discorso – e la storia di tutti mancano qualche processo troppo lontano, troppo pulviscolare, non vogliono sentire ragioni: partono dal detto, dal pronunciato, pure se questo dovesse significare cominciare il “lavoro dell’appartenenza”, la ricerca degli antenati da poche sillabe, da una lallazione incerta.
Porsia a volte scava con l’acribia del tecnico, a volte trivella con più forza e lo confessa attraverso alcune figure e correlativi che funzionano bene. Ma il poeta, in realtà, non scava che la parola, perdendola anche (e per fortuna) ogni tanto, da una bic (“è stato come perdere una biro. / Svanita nella mano: /era una bic. Per strada in bicicletta”) o in frammenti di testo. Perché la costruzione è lunga, il lavoro arduo, il tempo quasi un nemico.
anna ruotolo
***
verba volant
non è un filo. La parola è pensiero in polvere, il residuo grigio di una
materia cerebrale.
Celebra la cenere, la terra. Arretra, se temi la parola, ma poni prima un
fermacarte sulla fossa, che indichi il pericolo di questo luogo.
O il vento, senza neppure chiedertelo, prenderà la scrittura e la porterà
sulla tua bocca.
Mettici una pietra sopra. Tu temi la parola perché vola.
Tu temi la parola perché vuole
a C.
I. li hanno ritrovati sottoterra
in una pagina di argilla,
in un abbraccio
così lungo da consumare il corpo.
Dalla pelle alla carne
le carezze
allentate fino alle ossa intrecciate tra le gambe.
Ischio e coccige
mischiati a qualche selce,
il femore e la tibia
incrociati (per essere vicini)
li hanno ritrovati nudi, primitivi,
in fragili frantumi nella nebbia.
Nella pianura di Valdaro
la saliva è divenuta polvere,
il diario dello scavo
poema nella stratigrafia delle parole
un verso dopo l’altro verso l’origine del mondo
II. la caligine, e i teschi
sono apparsi in una forma cardiaca
sulle spine
dorsali, scarne trame quotidiane
disegnate nei quadrati
un metro per un metro. Un abbraccio
di vetro esumato per divenire
friabile incrocio
di omero e di ulna -che non venga in questo luogo
chi non è mai riuscito
ad annodarsi dall’interno con un altroil
canto segue
Jorge Enrique Adoum, un’ombra
che attraversa la pagina per un istante solo.
Si ricompone il tempo,
una pangea
che sovrappone a Sumpa
la periferia di Mantova.
L’archeologia del sentimento è stata un unico cantiere
in cui venne la parola nera a chiederci,
a trovarci per tradire il silenzio
per rimanere nascosti in un doppio incavo di terra
III. sapremo dalle analisi di laboratorio i loro sessi
il colore dei capelli,
gli occhi,
faranno maschere di cera
per imitare i tratti
eppure il codice genetico, la radice di un dente
non potrà restituirci la parola. Niente.
Ma forse
non aveva ancora nome l’amore
e la morte
faceva parte della vita, che veniva dissepolta, la voce
di un pazzo che grida:
- io con la morte ci faccio l’amore - l’amore con la morte in allitterazione
ma il corpo perdura nella sua scomposizione.
La federa non ha tenuto l’odore del respiro
(è bastato un cambio d’aria, un risveglio)
le mani o le foglie di nelumbo
sono sul torace che inizia a putrefare.
La parola è persa
di nuovo nella casa
perché non basta il culto del defunto.
Ti starei accanto fingendo di dormire
nonostante il giorno
è stato come perdere una biro.
Svanita nella mano:
era una bic. Per strada in bicicletta
mi volto indietro, per cercarla.
Niente euridice. Neppure l’ombra. Bramo.
Un’ora di ritardo, si fa buio;
non è neanche a casa ad aspettarmi;
rovisto tra le stoviglie. Veglio
(nel frattempo giro
nell’isola di una parentesi curva
del tempo dilatato del dolore. Frantumato)
Michele Porsia è nato a Termoli il sei maggio 1982. Vive a Firenze.
Selezionato da Andrea Sirotti e da Vittorio Biagini per Nodo Sottile 5, ha preso parte dal 27 al 30 Settembre del 2007 a un laboratorio a cura di Antonella Anedda e Gianmario Villalta. Nel 2008 è stata pubblicata Nodo sottile 5 un’antologia edita da Le Lettere con alcuni suoi testi. Nel 2009 ha vinto il premio Cose a parole indetto da Giulio Perrone editore che ha pubblicato Sintomi di Alofilia nella collana Lab. Nello stesso anno ha partecipato al Parma poesia Festival e alla Biennale di Skopje dei giovani artisti dell’Europa e del Mediterraneo. Tra il 15 e il 19 febbraio 2010 alcuni suoi testi sono stati trasmessi durante il programma Fharenheit di Radio Rai 3. È stato finalista di Subway 2010 ed è perciò presente nell’antologia del premio distribuita in metropolitana. È stato segnalato al premio Lorenzo Montano 2010 con la raccolta inedita Bianchi Girari e una selezione di testi tratti da questa è arrivata terza al premio Renato Giorgi 2010. È presente su Absolutepoetry con alcune sue poesie, una registrazione audio.
Si occupa inoltre di architettura e di arti figurative, fa parte di Hanife Ana Teatro Jazz con cui ha collaborato nella realizzazione di alcuni video.
Concorso Internazionale di Poesia “Castello di Duino”
26 ott 2010 Lascia un commento
Bando della VII Edizione 2011
Scadenza: 7 gennaio 2011
REGOLE GENERALI
Ø Il concorso è riservato a giovani fino ai 30 anni di età.
Ø La partecipazione è gratuita.
Il Tema della VII Edizione 2011 è:
“Orizzonti”
(Spazi del mondo fisico, della mente e dell’anima, i loro limiti, le loro aperture…le metafore di ogni viaggio e di ogni attraversamento…)
- Si può partecipare a una o più delle seguenti sezioni:
I. SEZIONE POESIA INEDITA
1 poesia inedita e mai premiata (Maximum 50 versi).
Le poesie vengono valutate anche nella lingua originale dei concorrenti purché accompagnate da una traduzione in lingua inglese o francese o italiana. Per le poesie scritte in lingua italiana
è gradita ma non obbligatoria, la traduzione in inglese.
- Le poesie devono pervenire entro il 7 gennaio 2011.
a) per posta elettronica all’indirizzo valeragruber@alice.it come allegato in formato word o rtf (un diverso formato può essere causa di esclusione dal concorso)
Il messaggio di posta elettronica deve contenere il modulo di partecipazione debitamente compilato (vedi sotto)
b) oppure per posta normale : inviando a Gabriella Valera Gruber, Via Matteotti 21 I- 34138 Trieste. I dati anagrafici dell’autore vanno dichiarati nel modulo di partecipazione (vedi sotto) debitamente compilato e firmato. Fa fede il timbro postale d’invio ma nessun testo potrà più essere accettato dal momento in cui la giuria avrà cominciato il lavoro di selezione.
Premi:
- Primo, secondo, e terzo premio di € 500 ciascuno.
- Medaglia della Presidenza della Repubblica Italiana
- Il Concorso fa parte delle attività promosse dall’Associazione “Poesia e Solidarietà” ed è legato a progetti umanitari. I vincitori sono obbligati ad assegnare una parte del premio (€200) a uno scopo umanitario di loro scelta.
- Segnalazioni per la pubblicazione e coppe ad altre poesie meritevoli.
- Targa “Sergio Penco” alla migliore poesia dei giovani “under 16 anni”
Ø Le poesie premiate e segnalate dalla giuria vengono pubblicate in edizione bilingue (italiano ed inglese) da “Ibiskos Editrice Risolo” (Empoli, Italy) (Sponsor del concorso). Sono inoltre registrate nelle loro lingue originali su CD. Il ricavato delle vendite del libro viene devoluto alla Fondazione Luchetta-Ota-D’Angelo-Hrovatin per i bambini vittime della guerra www.fondazioneluchetta.org .
Segnalazioni speciali e premi minori sono attribuiti alle migliori poesie fra i giovani con età inferiore ai 16 anni.
II. SEZIONE: Teatro (monologo o dialogo fra 2 personaggi)
Si partecipa inviando un testo teatrale max. 5 cartelle di 2000 battute. TESTI PIU’ LINGHI NON POTRANNO ESSERE ACCETTATI.
I testi teatrali DEVONO essere obbligatoriamente accompagnati da un’ OTTIMA TRADUZIONE ITALIANA: I testi verranno valutati in traduzione, NON potranno essere valutati nella loro lingua originale:
a) per posta elettronica all’indirizzo valeragruber@alice.it come allegato in formato word o rtf.
Il messaggio di posta elettronica deve contenere il modulo di partecipazione debitamente compilato (vedi sotto)
b) oppure per posta normale: inviando a Gabriella Valera Gruber, Via Matteotti 21 I- 34138 Trieste. I dati anagrafici dell’autore vanno dichiarati nel modulo di partecipazione (vedi sopra) debitamente compilato e firmato.
Fa fede il timbro postale d’invio ma nessun testo potrà più essere accettato dal momento in cui la giuria avrà cominciato il lavoro di selezione.
Premi
- Primo, Secondo e Terzo Premio: Coppa o targa personalizzata
- Segnalazioni di merito
- Le opere premiate e selezionate verranno recitate a leggio in un importante teatro della città durante le manifestazioni della premiazione del concorso.
Modulo di partecipazione (per le sezioni poesia e teatro)
Nome Cognome Data di nascita
Via Numero civico CAP
Città Provincia Telefono
Posta elettronica
Nazionalità Titolo dell’opera
Dichiarazioni:Dichiaro che la poesia …(titolo della poesia)……. con cui partecipo al concorso internazionale “Castello di Duino” è mia opera originale, inedita e non è mai stata premiata. Acconsento alla sua eventuale pubblicazione o presentazione in pubblico.
Dichiaro di non essere/di essere (scegliere l’opzione corretta) iscritto alla SIAE o altra società analoga per la tutela dei diritti d’autore.
Regole speciali per le scuole
Gli insegnanti possono inviare il frutto (uno o più elaborati) di un lavoro collettivo (di un gruppo di studenti, dell’intera classe o interclasse).
Questi elaborati sono valutati come prodotto collettivo e premiati per la capacità in essi dimostrata di sollecitare gli allievi alla scrittura poetica.
Alla scuola migliore è attribuito un premio di € 500 con l’obbligo di scegliere insieme con gli allievi partecipanti un progetto di solidarietà a cui destinare la somma vinta.
Alle tre scuole migliori viene conferita una particolare segnalazione.
A tutti gli insegnanti e a tutte le classi viene inviato un attestato di partecipazione.
Le scuole devono inviare gli elaborati per posta, in triplice copia, a: Gabriella Valera, Via Matteotti 21, 34138 Trieste indicando i seguenti dati:
Scuola Classe Indirizzo completo della Scuola (Via, Numero civico, Città, Provincia, Cap) Telefono della scuola Fax della scuola Posta elettronica della scuola Docente responsabile (Nome e Cognome) Recapito telefonico e posta elettronica del docente (o del referente).
Gradito è l’invio degli stessi materiali anche per posta elettronica a valeragruber@alice.it.
Pubblicazione della Graduatoria
Le graduatoria dei vincitori e dei finalisti viene pubblicata nel sito del concorso www.castellodiduinopoesia.it.
Ai vincitori e finalisti viene data notizia per posta elettronica, per telefono o per posta normale.
La cerimonia di premiazione si svolgerà il 27 marzo 2011 nel Castello di Duino.
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International Poetry Competition Castello Di Duino- VII Edition- 2011
Deadline January, 7th 2011
GENERAL RULES
Ø The competition is open to young people under 30 years of age.
Ø Participation is free.
Theme of the 7th Edition- 2011
Horizons
Phisical world, Mind, Soul: Horizons as metaphor of travels and crosswalk, of borders, limits and openness….
- It is possible to participate in one or both following sections:
I. SECTION FOR UNPUBLISHED POEMS
- Participants have to send only one unpublished , never prized poem (maximum 50 lines).
- Poems will be accepted in the mother tongue of the authors. A translation into English or French and /or Italian is required.
- A jury composed by poets and literary critics with different linguistic competences will evaluate the poems as much as possible in their original language.
- Poems must arrive before January 7th 2011
a) preferably by E-Mail to valeragruber@alice.it.
Please, send the complete Application Form (see below) in the message and the poem
attached to the message in Format word or rft.
b) or by regular mail to Prof. Gabriella Valera Gruber, Via Matteotti 21, 34138, Trieste (Italy). As far as the deadline is concerned, we will take into consideration the postmark, but no poem will be taken into consideration, which arrives after the jury has started its evaluation process (soon after the deadline)
Prizes:
- First, Second and Third Prize: € 500. In accordance with the aim of the competition to combine solidarity and poetry, the winners will choose a humanitarian cause to which they will devote a part of the prize (€200).
- Medal of the President of Italian Republic for a poem with a particular social-humanitarian value
- “Sergio Penco” Plate for the better poem “under 16”
- Cups or other minor prizes for other noteworthy poems.
Ø The poems of the winners and a selection of the best poems will be published for free by “Ibiskos Publishing House Risolo” (Empoli, Italy) (Sponsor of the Competition), in both the Italian and English version together with a CD in the original languages. The proceeds of the sales will be devoted to Luchetta-Ota-D’Angelo-Hrovatin Foundation for children war victims (www.fondazioneluchetta.org ).
- Minor prizes for noteworthy poems of young “poets” under 16th.
II. Section Theater : Monologue or Dialogue between 2 people.
1 unpublished and never prized Dramatic Work (Monologue or Dialogue between 2 people), max 5 pages (10000 characters).
A good translation into Italian is unconditionally required. The works will not evaluated in their original language but only in their Italian translation.
- Works must arrive before January 7th 2011
b) preferably by E-Mail to valeragruber@alice.it.
Please, send the complete Application Form (see below) in the message and the poem
attached to the message in Format word or rft.
b) or by regular mail to Prof. Gabriella Valera Gruber, Via Matteotti 21, 34138, Trieste (Italy). As far as the deadline is concerned, we will take into consideration the postmark, but no poem will be taken into consideration, which arrives after the jury has started its evaluation process (soon after the deadline)
Prizes:
The jury will designate three winners (who will awarded with cups and plates) and reserves the right of selecting other dramas of special worth.
The best dramas will be performed in city Theater the day of the Prize-giving Ceremony.
Special Rules for Schools
The jury will designate the best Poetry-Projects presented as collective works by Schools (students and teachers):
- 1st prize 500 euro, that have to be devoted to an humanitarian scope chosen by the awarded students and teachers
- other minor prizes.
Projects must be sent
3 copies by regular mail to Prof. Gabriella Valera Gruber, Via Matteotti 21, 34138, Trieste (Italy). As far as the deadline is concerned, we will take into consideration the postmark, but no project will be taken into consideration, which arrives after the jury has started its evaluation process (soon after the deadline)
Possibly also a copy by E-Mail to valeragruber@alice.it.
Please send by regular mail and by E-Mail following application form
Application Form (Section I. and II.)
Name ,
Surname ,
Birth Date,
Nationality,
Address,
City,
Country,
Phone,
E-Mail,
Title of the work,
Statements:
I declare that the work…. ….is my original work, has never been prized and is unpublished.
I give my permission to its possible publication and presentation to the general audience
I declare that I have not subscribed to SIAE nor to any other similar Societies, which protect copyrights.
Application form (Schools)
Name of the teacher ,
Surname of the teacher ,
School
List of the participants students
Address of the school
City,
Country,
Phone,
E-Mail of the school
E- Mail of the teacher
Statements:
I declare that the work…. ….is an original work, has never been prized and is unpublished.
I give permission to its possible publication and presentation to the general audience
I declare that the authors have not subscribed to SIAE nor to any other similar Societies, which protect copyrights.
More information : Prof. Gabriella Valera Gruber, Via Matteotti 21, 34138 Trieste – Tel. 040 638787
E-Mail valeragruber@alice.it, www.castellodiduinopoesia.it
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CONCURSO INTERNACIONAL DE POESIA CASTELLO DI DUINO
CONVOCATORIA A LA VII EDICION 2011
PLAZO DE PRESENTACION: 7 de Enero 2011
BASES GENERALES:
El concurso es reservado a los jóvenes hasta los 30 años.
La participación es gratuita.
El Tema de la Edición 2011 es:
“HORIZONTES”
(Espacios del Mundo Físico, de la Mente y del Alma, sus límites, su apertura….las Metáforas de cada viaje y de cada atravesamiento en la vida…)
Los concursantes pueden participar a una o a las dos Secciones del Concurso.
I SECCION: POESIA INEDITA
Las poesías deberán ser inéditas y no haber sido premiadas (máximo 50 versos)
Las poesías también serán valoradas en el idioma original y deberán venir con la traducción ya sea en inglés, francés o italiano
Para las poesías escritas en italiano se ruega que a ser posible vengan acompañadas de una traducción en inglés.
El plazo de recepción de las poesías es el 7 de Enero 2011.
El envío puede ser de la siguiente manera:
a) Por correo electrónico a: valeragruber@alice.it como documento adjunto en formato Word o rtf (un formato diferente puede ser una de las causas para la exclusión del concurso).
El mensaje de correo electrónico debe contener también el Formulario de Partecipación debitamente rellenado (ver abajo)
b) O por correo postal a: Gabriella Valera Gruber, Via Matteotti, 21, 34138 Trieste, Italia. Los datos personales del autor deberán ser declarados en el Formulario de Participación (ver abajo) y deberá ser firmado. La fecha de timbre del envío bastará como prueba para la aceptación al concurso dentro del plazo indicado; es decir, no serán aceptadas las obras que lleguen en el momento en que el jurado ya haya comenzado a realizar la selección.
PREMIOS:
- El primer, segundo y tercer premio están dotados respectivamente con €500.
- Se otorgará una Medalla del Presidente de la República Italiana a una obra seleccionada.
- El concurso es una de las actividades promovidas por la Asociación “Poesía y Solidariedad” y está unida a proyectos humanitarios. Los vencedores están obligados a donar parte del premio (€200) a un proyecto humanitario de su elección.
- Nominaciones para la publicación y Copas. a otras poesías que lo merezcan.
- Placa “Sergio Penco” a la mejor poesía de los jóvenes hasta los16 años.
Las poesías premiadas y nominadas por el jurado serán publicadas por “Ibiskos Editrice Risolo” (Empoli, Italia, Sponsor del Concurso) en una Edición Bilingüe (italiano e inglés). Además las poesías serán grabadas en un CD en su idioma original. El dinero obtenido de las ventas del libro serán donadas a la Fundación Luchetta-Ota-D´Angelo-Hrovatin para los niños víctimas de las guerras www.fondazioneluchetta.org
II SECCION: Teatro (monologo o diálogo entre 2 personajes)
Se participa enviando un texto teatral de máximo 5 hojas conteniendo 2000 pulsaciones cada hoja. LOS TEXTOS QUE SE PASEN DE ESTA LONGITUD NO PODRAN SER ACEPTADOS.
Los textos deberán venir obbligatoriamente acompañados de una OPTIMA TRADUCCION EN ITALIANO. Los textos serán valorados con la traducción y NO con el idioma original.
Los textos podrán ser enviados de la siguiente manera:
a) Por correo electrónico a valeragruber@alice.it como adjunto en formato Word o rtf
El mensaje deberá contener también el Formulario de Participación debitamente rellenado (ver abajo).
b) O por correo postal a: Gabriella Valera Gruber, Via Matteotti, 21, 34138 Trieste, Italia.
Los datos personales del autor deberán ser declarados en el Formulario de Participación
(ver abajo) y deberá ser firmado. La fecha de timbre del envío bastará como prueba para la aceptación al concurso dentro del plazo indicado; es decir, no serán aceptadas las obras que lleguen en el momento en que el jurado ya haya comenzado a realizar la selección.
PREMIOS:
- Primer, segundo y tercer premio
- Copa o Placa personalizada
- Nominación de Obras por Mérito
- Las obras premiadas y seleccionadas serán recitadas en un importante Teatro de la Ciudad durante
la Ceremonia de Premiación. del Concurso.
BASES ESPECIFICAS PARA LAS ESCUELAS:
Los profesores pueden enviar el resultado (uno o más textos) de un trabajo colectivo (de un grupo de estudiantes, de una clase completa o de clases diferentes).
Estos textos serán valorados como una produccción colectiva y premiados por la capacidad demostrada en ellos de motivar a los alumnos a la escritura poética .
A la mejor escuela le será otorgado un premio de €500 con la condición de elegir junto a los alumnos participantes un proyecto de solidaridad a quién destinar la cantidad ganada.
A las tres escuelas mejores les será otorgada una Mención Especial.
A todos los profesores y a todas las clases les será otorgado un Certificado de Participación.
Las escuelas deberán enviar los textos por triplicado a: Gabriella Valera, Via Matteotti, 21, 34138 Trieste, Italia, indicando los siguientes datos:
Escuela ……………………………………Clase………………………
Dirección completa de la Escuela (via, número, código postal, ciudad, provincia, país),…………… teléfono de la escuela………………Fax…………… Correo electrónico de la escuela………………
Profesor(a) responsable (Nombre y Apellido)……………………Teléfono………………….Correo electrónico del profesor (o del Dirigente).
Se agradecería enviar también el material por correo electrónico a: valeragruber@alice.it
PUBLICACION DE LA LISTA DE GANADORES Y FINALISTAS
La lista de los ganadores y finalistas será publicada en la página web del Concurso: www.castellodiduinopoesia.it
Los ganadores y finalistas serán notificados por correo electrónico, por teléfono o por correo.
La Ceremonia de Premiación se celebrará el día 27 de Marzo 2011 en el “Castello di Duino”.
Formulario de Participación (para las secciones de poesía y teatro)
Nombre(s)……………………………………………….Apellido(s)………………………………………………………..
Fecha y lugar de nacimiento………………………………………………………………………………………………..
Calle…………………………………………………………………………….N°……………………………………………….
Código Postal……………………..Ciudad………………………………………………País……………………………..
Teléfono………………………………………………Correo electrónico…………………………………………………
Nacionalidad………………………………………..Título de la poesía………………………………………………….
Declaración: Declaro que la poesía ……(título de la poesía)……. con la que participo en el Concurso internacional de Poesía “Castello di Duino” – es mi obra original, es inédita y nunca ha sido premiada.
Autorizo a su posible publicación o presentación publica.
Declaro que no estoy/que estoy (elegir la opción correcta) inscrito en la Asociación de Protección de los Derechos de Autores u otra sociedad análoga.
Fecha y Firma
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PRIX INTERNATIONAL DE POESIE “CASTELLO DI DUINO”
7ème édition
Participation jusqu’au 7 janvier 2011
REGLEMENT
- Le concours est réservé aux jeunes de moins de trente ans.
- La participation est gratuite.
Le thème de la VIIème Edition est :
HORIZONS
(Espaces du monde physique, de l’esprit et de l’âme, leurs limites, leurs ouvertures…les métaphores de tout voyage et de toute traversée.)
- Il est possible de participer selon les modalités suivantes :
I-SECTION POESIE INEDITE
1 poésie inédite et jamais récompensée. (50 vers maximum)
Les poésies peuvent être rédigées dans la langue maternelle des concurrents à condition d’être accompagnées par une traduction en anglais, en français ou en italien. Pour les poésies écrites en italien, une traduction en anglais est recommandée mais pas obligatoire.
Les poésies doivent être envoyées avant le 7 janvier 2011.
a) Par courriel à l’adresse suivante :
valeragruber@alice.it
La poésie doit être envoyée en pièce jointe au format Word ou Rtf (tout autre format peut être cause d’exclusion du concours) et le courriel doit contenir la fiche d’inscription dûment remplie. (voir ci-dessous)
b) Par poste à l’adresse suivante (le cachet de la poste faisant foi) :
Gabriella Valera Gruber
Via Matteotti, 21
I- 34138 Trieste
Les poésies doivent être accompagnées de la fiche d’inscription dûment remplie et signée. Notez bien qu’aucun texte ne sera plus accepté une fois le travail de sélection commencé.
Prix:
- Pour le premier, deuxième et troisième, un prix de 500 euros chacun.
- Une médaille de la Présidence de la République Italienne.
- Le concours faisant partie des activités de l’Association « Poésie et Solidarité » liée à des projets humanitaires, les vainqueurs seront obligés de remettre une part de la récompense offerte à un projet humanitaire de leur choix (200Euros).
- Mentions et trophées aux autres meilleures poésies.
- Plaque « Sergio Penco » à la meilleure poésie parmi les jeunes âgés de moins de 16 ans.
- Les poésies récompensées et ayant obtenu une mention spéciale du jury seront publiées dans une édition bilingue (en italien et en anglais) par « Ibiskos Editrice Risolo » (Empoli, Italy) (Sponsor du concours).Les poésies seront aussi enregistrées dans leurs langues originales sur un CD. La recette des ventes du livre sera dévolue à la Fondation Luchetta-Ota-D’Angelo-Hrovatin pour les enfants victimes de la guerre www.fondazioneluchetta.org
Des mentions spéciales et des prix honorifiques seront attribués aux meilleures poésies écrites par les jeunes âgés de moins de 16 ans.
II- SECTION THEATRE (monologue ou dialogues entre 2 personnages)
Un texte théâtral de 5 pages maximum (2000 caractères par page). LES TEXTES PLUS LONGS NE SERONT PAS PRIS EN COMPTE.
Les textes théâtraux doivent être obligatoirement accompagnés d’une EXCELLENTE TRADUCTION EN ITALIEN. Les textes seront jugés à partir de la traduction et ne le pourront être dans leur langue originale.
Les textes doivent être envoyés avant le 7 janvier 2011.
a) Par courriel à l’adresse suivante :
valeragruber@alice.it
Le texte doit être envoyée en pièce jointe au format Word ou Rtf (tout autre format peut être cause d’exclusion du concours) et le courriel doit contenir la fiche d’inscription dûment remplie (voir ci-dessous).
b) Par poste à l’adresse suivante (le cachet de la poste faisant foi):
Gabriella Valera Gruber
Via Matteotti, 21
I- 34138 Trieste
Les textes doivent être accompagnés de la fiche d’inscription dûment remplie et signée. Notez bien qu’aucun texte ne sera plus accepté une fois le travail de sélection commencé.
Prix :
- Pour le premier, deuxième et troisième : Trophée ou plaque personnalisée.
- Mentions spéciales
- Les œuvres récompensées ou sélectionnées seront lues dans un important théâtre de la ville pendant les manifestations de remise des prix du concours.
FICHE D’INSCRIPTION (pour la section poésie et théâtre)
Nom : Date de naissance :
Prénom : Nationalité :
Adresse :
Adresse mél :
Titre de l’œuvre :
Déclarations : Je déclare que la poésie/le texte ………………………………(titre de l’œuvre) avec laquelle je participe au concours international « Château de Duino » est mon œuvre originale, inédite et qu’elle n’a jamais été récompensée. J’autorise son éventuelle publication ou présentation publique.
Je déclare ne pas être/ d’être inscrit(e) à la SIAE ou autre société analogue pour la protection des droits d’auteurs .
Signature :
REGLEMENT SPECIAL POUR LES ECOLES (Poésie et texte théatrâl)
Les enseignants peuvent envoyer le produit (une ou plusieurs œuvres) d’un travail collectif (d’un groupe d’étudiants, de l’entière classe ou d’une partie.)
Ces œuvres seront évaluées comme élaboration collective et récompensées pour la capacité démontrée d’encourager les élèves à l’écriture poétique.
Un prix de 500 Euros sera attribué à la meilleure école. Ce prix sera dévolu à un projet de solidarité obligatoirement choisi par les élèves participants au concours.
Une mention particulière sera décernée aux trois meilleures écoles.
Une attestation de participation sera envoyée à tous les enseignants et à toutes les classes participantes.
Les écoles doivent envoyer leurs œuvres par poste, en triple exemplaires, à :
Gabriella Valera Gruber
Via Matteotti, 21
I- 34138 Trieste
Le nom de l’école, la classe, l’adresse complète de l’école, le téléphone, le nom du professeur responsable (nom et prénom), un numéro de téléphone du responsable et une adresse électronique devront comparaitre dans le courrier.
En plus de l’envoi par la poste, un envoi par courriel des mêmes œuvres est très apprécié.
PUBLICATION DU CLASSEMENT
Le classement des vainqueurs et des finalistes sera publié sur le site du concours : www.castellodiduinopoesia.it
Les vainqueurs du concours et les finalistes seront prévenus par courriel, par téléphone ou par courrier. La cérémonie de remise des prix aura lieu le 27 mars 2011 au Château de Duino.
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Internationaler Lyrikwettbewerb Castello di Duino 2010
Teilnahmebedingungen
Ø Der Wettbewerb ist jungen AutorInnen bis zum Alter von 30 Jahren vorbehalten.
Ø Die Teilnahme ist kostenlos.
Ø Der Wettbewerb ist thematisch. Das Thema der Ausgabe 2010, sechste Auflage, ist:
Horizonte (Räume der physischen Welt, der Gedanken, der Seele, deren Grenzen und Erweiterungen …, die Metaphern aus jeder Reise, aus jeder Durchquerung )
Teilnahmeberechtigt ist ein unveröffentlichtes und bisher unprämiertes Gedicht mit maximal 50 Versen
Man kann an einer oder mehreren der in Folge genannten Sektionen teilnehmen.
SEKTION UNVERÖFFENTLICHTE LYRIK
1. Die Gedichte werden auch in der Originalsprache bewerten; sie müssen jedoch von einer englischen und/oder italienischen und/oder französischen Übersetzung begleitet werden.
- Einsendeschluss ist der 07. Januar 2011 (Eingang der Texte beim Veranstalter) .
Einsendungen können erfolgen:
a) per E-Mail an die Adresse valeragruber@alice.it.it .
Das Gedicht muss der E-Mail als Anhang im Format word bzw. rtf hinzugefügt werden. Die Verwendung eines davon abweichenden Formats kann zum Ausschluss von der Teilnahme führen.
Die E-Mail muss den Teilnahmeschein und nachfolgend ausformulierte Erklärungen enthalten, jeweils vollständig ausgefüllt.
b) auf dem Postweg : Einsendung an Gabriella Valera Gruber,
Via Matteotti 21, I- 34138 Trieste, auf einem Blatt ohne die persönlichen Daten des Autors, die aber im vollständig ausgefüllten und mit Unterschrift versehenen Teilnahmeschein (siehe unten) anzugeben sind.
Ausschlaggebend für die Teilnahme ist grundsätzlich das Datum des Poststempels, jedoch kann kein Text mehr angenommen werden, der eingeht, nachdem die Jury bereits mit der Auswahl begonnen hat.
Die Gedichte werden ohne die persönlichen Daten an die Jury weitergegeben, um eine gerechte Bewertung zu gewährleisten.
Preise:
Ø Erster, zweiter und dritter Preis sind jeweils 500 € (wovon ein Teil zur Unterstützung einer durch die Preisträger zu bestimmenden humanitären Einrichtung, Stiftung oder Initiative zur Verfügung zu stellen ist)
Ø Kostenfreie Publikation in zweisprachiger Ausgabe (Verlag Ibiskos di A. Risolo, Sponsor des Wettbewerbs ). Der Erlös aus dem Verkauf des Buches wird der der Stiftung Fondazione Luchetta-Ota-D’Angelo Hrovatin für Kriegsopferkinder zugeführt. www.fondazioneluchetta.org
Zusätzliche Auszeichnungen sind für die besten Gedichte unter den Jugendlichen im Alter von unter 16 Jahren vorgesehen, die bei der allgemeinen Auswahl nicht in die Kategorie der ordentlichen Preisträger aufgenommen werden konnten.
Die prämierten und ausgezeichneten Lyriken werden darüber hinaus auf einer CD gebrannt.
SEKTION THEATER (Monolog oder Dialog zwischen zwei Personen)
Die Teilnahme erfolgt mit der Einsendung von einem Theaterstück in maximaler Länge von 5 A4-Seiten, je zu 2000 Anschlägen. Längere Texte können nicht berücksichtigt werden. Die Texte müssen unbedingt von einer hochwertigen italienischen Übersetzung begleitet sein. Die Übersetzung – nicht der Originaltext – ist hier Grundlage für die Beurteilung.
Einsendungen können erfolgen:
a) per E-Mail an die Adresse valeragruber@alice.it .
Der Text muss der E-Mail als Anhang im Format word bzw. rtf hinzugefügt werden. Die Verwendung eines davon abweichenden Formats kann zum Ausschluss von der Teilnahme führen.
Die E-Mail muss den Teilnahmeschein und nachfolgend ausformulierte Erklärungen enthalten, jeweils vollständig ausgefüllt.
b) auf dem Postweg : Einsendung an Gabriella Valera Gruber,
Via Matteotti 21, I- 34138 Trieste, auf einem Blatt ohne die persönlichen Daten des Autors, die aber im vollständig ausgefüllten und mit Unterschrift versehenen Teilnahmeschein (siehe oben) anzugeben sind.
Ausschlaggebend für die Teilnahme ist grundsätzlich das Datum des Poststempels, jedoch kann kein Text mehr angenommen werden, der eingeht, nachdem die Jury bereits mit der Auswahl begonnen hat.
Preise
Erster, zweiter und dritter Preis: Pokal oder personalisiertes Schild
Auszeichnungen
Die prämierten und die ausgezeichneten Werke werden im Laufe der Siegerehrung in einem Theater in Triest schauspielerisch vorgelesen.
TEILNAHMESCHEIN (für die Sektionen Lyrik und Theater)
Vorname………… Name …………….. Geburtsdatum ……………….
Straße …………………. Haus Nr. ……………………. PLZ……….
Ort ………………………. Staat ……………………Tel. Nr. ………………
Staatsangehörigkeit ……………………….. Titel des Werkes …………………………
Ich erkläre, dass die Lyrik/das Theaterstück …………………………………………..,
womit ich am internationalen Literaturwettbewerb „Castello di Duino“ teilnehme, ein unveröffentlichtes und noch nie prämiertes Originalwerk von mir ist.
Ich bin mit einer möglichen Publikation dieses Textes, sowie mit dessen öffentlichen Präsentation einverstanden.
Ich erkläre, dass ich Mitglied/Nicht-Mitglied (Unzutreffendes streichen) bei der GEMA oder bei einem ähnlichen Verband zur Eintreibung von Autorenrechten bin.
Sonderregelung für die Teilnahme von Schulen
LehrerInnen können das Ergebnis einer Gruppenarbeit (aus einer oder mehreren Schulklassen). Diese Texte werden als kollektive Leistung bewertet. Prämierung und Auszeichnung erfolgen nach dem Kriterium des Vermögens einer Lehrkraft, ihre Schüler zur Ausfertigung von lyrischen Texten zu motivieren.
Preise
Die beste Schule erhält eine Prämie i. H. von 500 Euro, mit der Auflage verbunden, zusammen mit den teilnehmenden Schülern ein Wohltätigkeitsprojekt auszusuchen, dem die Preissumme zugute kommen soll.
Die drei besten Schulen erhalten eine Auszeichnung.
Alle teilnehmenden LehrerInnen und Schulklassen erhalten eine Teilnahmebescheinigung.
Schulen verschicken die Texte auf dem Postweg, in dreifacher Ausfertigung, an: Gabriella Valera, Via Matteotti 21, 34138 Trieste. Die Einsendungen müssen folgende Daten enthalten: Schule, Klasse, vollständige Adresse der Schule (Straße, Hausnummer, PLZ, Ort, Staat), Tel.- und Fax-Nr. der Schule, E-Mail Adresse der Schule, verantwortliche Lehrkraft (Vor- und Nachnahme), Kontaktdaten der Lehrkraft oder des Verantwortlichen.
Die Organisation würde sich auf die zusätzliche Übermittlung der Gedichten und der o. g. Daten an valeragruber@alice.it freuen.
VERÖFFENTLICHUNG DER RANGLISTE
Die Namen der Sieger erscheinen auf der Webseite www.castellodiduinopoesia.it
All’avvio la collana di poesia “Giovin/astri”
27 ott 2010 Lascia un commento
In uscita l’antologia Quattro giovin/astri che andrà a inaugurare la collana di poesia
contemporanea Giovin/astri, interamente dedicata alla giovane poesia.
COLLANA GIOVIN/ASTRI
Giovane poesia contemporanea
A.A.V.V., Quattro giovin/astri
ISBN 978-88-96263-37-2
pp. 140, € 12,00
Approssimazioni e (rigener)azioni
di Chiara De Luca
Da diverso tempo mi capita sempre più spesso di imbattermi in opere di pregio, poesie che mi colpiscono, e che sono porte, offerte, accompagnate – per posta elettronica e tradizionale, via face book, o durante reading e incontri – dalle mani di poeti giovani e giovanissimi che fino a poco tempo fa conoscevo poco, di cui sentivo parlare poco, o a sproposito, con la stessa superficialità e mancata cognizione di causa riservata a suo tempo ai nati negli anni 70’, i “bamboccioni”, per intendersi, parola ormai invalsa nell’uso e abuso, e che più d’ogni altra dimostra e sintetizza come si possa ferire e archiviare una intera generazione, assolvendo solo qualche eccezione, in chi è integrato in un determinato gruppo circoscritto o categoria riconosciuta e, in quanto tale, monitorabile e gestibile. Così ho voluto approfondire la conoscenza con questi giovani, che sono tanti, sparsi in tutta Italia, persi e dispersi nella rete, sempre in cerca di un sano riscontro, di una minima opportunità d’ascolto. E ho notato che molti di loro hanno una solida preparazione supportata da ampie e variegate letture, una grande consapevolezza formale e stilistica, mediamente maggiore rispetto a quella della generazione che li ha preceduti. E che sono mossi da un intenso entusiasmo, talvolta esplosivo e avvolgente, talvolta celato appena sotto la superficie che tenta – fin troppo saggiamente – di contenerlo per evitarsi implosioni. Molti dei giovani che incontro sono animati da un forte desiderio di conoscere, approfondire e migliorarsi, andando incontro all’altro, per leggerlo e confrontarsi, per prendersi la mano e procedere insieme, per abbracciarsi e scazzottarsi. Ma in questi giovani ho notato anche un maggiore realismo, un più marcato e precoce disincanto rispetto a quello in cui – per forza di cose – sono incorsi molti membri della mia generazione. Tale realistico disincanto, se da un lato li protegge, almeno in parte, dalle naturali delusioni che il crescere riserva, o ne attutisce le conseguenze, dall’altro porta forse talvolta questi giovani a isolarsi, a cercare con pazienza e determinazione un minimo spazio soltanto per sé, per far sentire la propria voce, come se fosse già tanto, già troppo. E negli ultimi anni l’affermazione individuale è forse parsa – illusoriamente – più facile grazie alla diffusione di blog e forum prima, di social network e altri spazi “democratici” e aggregativi poi. Dico illusoriamente perché nel grande crogiolo della rete il rischio di smarrimento e dispersione è sempre molto alto, e grande la difficoltà di fruttuosa aggregazione e concreto, fattivo incontro.
Per questo Edizioni Kolibris ha voluto fornire ai giovani un “luogo” per incontrarsi, che muovendo dal virtuale porti poi alla creazione di momenti d’incontro e condivisione nel reale. È così che è nato I giovin/astri di Kolibris (http://giovinastridikolibris.wordpress.com) un blog destinato ad accogliere scritti inediti di giovani poeti, anteprime di libri e resoconti di presentazioni, segnalazioni di concorsi, riviste ed eventi, recensioni, stroncature e molto altro ancora.
Il blog è gestito da giovani poeti provenienti da diverse regioni d’Italia, che lavorano alacremente, confrontandosi e consigliandosi in lunghi e accesi scambi di vedute e opinioni di lettura di opere proposte in redazione da altri giovani come loro, che scrivono alla ricerca di un consiglio, un parere, una piccola opportunità di visibilità e pubblicazione.
Antonio Buccelli (Foggia), Francesca Coppola (Napoli), Roberta D’Aquino (Napoli), Maziyar Ghiabi (Arak, Iran), Francesco Iannone (Salerno), Michele Porsia (Firenze), Anna Ruotolo (Maddaloni), Roberta Sireno (Modena), Vittorio Tovoli (Bologna), Federica Volpe (Carate Brianza) si confrontano ogni giorno alla ricerca di nuovi stimoli, idee cui lavorare, progetti da concretizzare, stilano lunghi e particolareggiati giudizi critici dei testi pervenuti in redazione, anche di quelli ritenuti non idonei alla pubblicazione, rispondendo di volta in volta in dettaglio a chiunque scriva inviando i propri testi o ponendo domande, avanzando dubbi e suggerimenti. Assistendo a questo fermento da spettatrice, mi sento trascinata e avvolta dal loro entusiasmo, dal calore e dall’umanità con cui abbracciano la scrittura dell’altro, esultando quando li convince, dispiacendosi quando sono costretti a rifiutare a qualcuno la pubblicazione. Cosa che avviene di frequente, perché questi ragazzi, come dicevo prima, sono dotati di una forte consapevolezza letteraria, di un marcato senso critico, che li spinge a essere severi ed esigenti prima di tutto nei confronti di se stessi, poi, in misura non minore, nei confronti dei loro coetanei o di poeti di poco più giovani. Tuttavia, i giovin/astri di Kolibris non si limitano a rifiutare la pubblicazione dei testi ritenuti non idonei, bensì forniscono di volta in volta all’autore un giudizio di valore dettagliato e il più possibile esaustivo, offrendo inoltre la propria disponibilità a seguire i successivi sviluppi della sua scrittura, incentivandone e favorendone i progressi sulla base del confronto e della crescita collettiva.
I poeti selezionati per la pubblicazione online di una scelta di testi – introdotta da una nota critica e da qualche notizia bio-bibliografica – verranno poi pubblicati in e-book da edizioni Kolibris, in modo da agevolare uno sguardo complessivo sull’opera dei giovani selezionati, e da evidenziare i criteri selettivi della redazione e i requisiti qualitativi che soggiacciono alle scelte dei giovin/astri.
I Giovin/astri di Kolibris non è però punto di arrivo, bensì palestra, punto di partenza del lungo percorso che è necessario intraprendere per approdare a quel che alla fine più marca il percorso di ogni poeta, la pietra miliare, arrivo di un istante, e ripartenza: il libro.
È per questo che all’attività di confronto, scambio e pubblicazione on-line, propedeutica alla pubblicazione cartacea, Kolibris ha deciso di affiancare quella di una collana, I Giovin/astri, interamente dedicata ai poeti di età inferiore ai 30 anni, di cui la presente opera collettiva Quattro giovin/astri costituisce la prima pubblicazione, rendendo anche conto di quello che è stato il nucleo primario dell’intero progetto. Sono stati infatti i poeti qui inclusi a scegliere e poi consigliarmi i propri compagni di viaggio, che ho riscontrato essere giovani altrettanto validi, preparati e disposti al confronto e al lavoro di gruppo in nome della qualità e del rigore.
LAURA ACCERBONI, “Attorno a ciò che non è stato”
02 nov 2010 1 commento
in 1.Poeti, Opere prime
Attorno a ciò che non è stato
Laura Accerboni
Venezia, Edizioni del Leone, 2010
pagg. 48, € 6,50
Einmal ist Keinmal ovvero una cosa che accade una sola volta è come se non fosse mai accaduta: così sembra suggerire Attorno a ciò che non è stato (Venezia, Edizioni del Leone, 2010), il libro d’esordio della genovese Laura Accerboni, classe 1985.
Non mi sembra di citare a sproposito Milan Kundera e la teoria dell’insostenibilità della vita che procede in linea retta, laddove la felicità sembra provenire soltanto da una ripetizione continua e “pesante” e prevedibile degli eventi.
Pensate ad una consapevolezza di quella linea retta e alla ripetizione precisa di fatti, esistenze e dati corporei, senza che tutto ciò si traduca in quella felicità succitata: è il lavoro dell’Accerboni e il miracolo di una poesia che dice il non detto, ricrea il non creato e ragiona sul non accaduto mantenendosi sempre fedele a sé stessa, lontana da falsi moralismi, scevra di consigli e soluzioni.
Com’è possibile? Così è perché Laura cammina la poesia da una vita – la sua – col coraggio e una lingua libera di dire, senza risparmiarsi e senza lasciarsi dietro e attorno scappatoie di sorta o porte segrete nelle quali cercare la fuga quando il gioco – o il confronto – si fa duro.
La costruzione di ciò che non è [stato], è possibile in poesia mettendo a fuoco le questioni, tentando fino all’inverosimile. L’Accerboni parla per sé e per gli altri scendendo “come si può / in ruoli non certi” (p.9), mettendo sì una rete a protezione perché dotata di un’intelligenza severa che le fa considerare il fallimento ma – di fatto – con la consapevolezza di dover dire, doverlo al mondo, apportare il proprio contributo di fruitore della parola, di poeta. In termini positivi, Laura lavora con abnegazione e sa che difficilmente i suoi concetti possono fallire, perché ci mette spalle al muro e sotto gli occhi le cose che non facciamo, rimandiamo e dunque perdiamo per sempre.
E così pone in essere il suo intervento vestendosi come la gente, tipi riconoscibili, esemplari-campioni dell’umanità. Prende i panni di moglie e marito, uomo e donna, vivo e morto svelando – anche – le regole del gioco (“a mia moglie / il bianco lucido / della casa” p.10; “io sto / come sospeso / io sono / vestito di tutto” p.20; “Sono / la segretaria / che non registra, / la cameriera / che ti riempie le ore / di niente. / Sono la badante / che disprezzi / e non occorre, / sono il pronto soccorso / di tutti i sani / e l’attesa / di tutti i santi. / Sono / la donna delle pulizie / che ti ruba lo sporco, / sono la cassiera / che ti fa credito / solo se non compri, / sono il rifugio / di tutte le case / e la consolazione / delle migliori acquirenti.” p.21). Elio Grasso, in prefazione, parla di un “sovvertimento” del poeta e forse il fuoco del discorso di Attorno a ciò che non è stato è tutto lì, nell’atto di eversione che segue dal lavoro di premessa fatto da Laura. Ci sono corpi e fossi e nomi e volti tutti ricorrenti e tutti indispensabili: sono la premessa. E poi c’è il centro, il nocciolo duro: dirsi inesistente e così darsi vita da sé stessa, generarsi con potenza, guardare in faccia la vita, non aver paura della morte perché siamo “già vivi in vita” (p. 37).
“Dovevamo stare più attenti” (p.13) a far sì che tutto accadesse, che tutto assomigliasse a ciò che sarebbe stato. Qualcosa non è avvenuto per disattenzione ma questo, tutto questo, è premessa. Laura ha in sé, invece, il germe della possibilità, la libertà delle forme, la natura della decisione e del compimento. In effetti sembra che si stia “aspettando / il giorno a venire” (p.42) facendo pulizia ben bene delle ombre, simulacri, immaginazioni (“non dovrà rimanere / troppo a lungo / ciò che mai è stato” p.42). Siamo tutti sospesi a un tacito evento, scriveva Sereni, e forse l’evento di Laura Accerboni è occupare e rivendicare un posto in mezzo alla “plastica di corpi” (p.14), la “parola d’altri” (p.22) proponendosi di costruire da capo e con la parola poetica ciò che non è ancora stato perché “È una vita / che il mattino / si sorprende / di prenderci / sempre / alle spalle” (p.26).
anna ruotolo
***
Si sale come per caso
sospesi e credibili
in tutte le parti.
O forse
si scende
come si può
in ruoli non certi.
O ancora
semplicemente
si rimane
in attesa
di migliori spiegazioni.
Sono finite
le gocce
e i calmanti,
finite le analisi del cranio
e la misura del ventre.
Dovevamo stare più attenti
coprire il volto
fino al mento
che fuori fa freddo
e coprire,
coprire tutta la stanza
e tenerci in movimento.
Senza treni
ad aspettarmi,
mi dico
che questa gente
è solo riflesso
dell’orario stabilito.
Sarà perché non ho nulla
di cui lamentarmi,
nulla,
neanche di questo vuoto
che a fatica
si ingoia
e mi rigetta
intera e senza aspetto.
Sono
la segretaria
che non registra,
la cameriera
che ti riempie le ore
di niente.
Sono la badante
che disprezzi
e non occorre,
sono il pronto soccorso
di tutti i sani
e l’attesa
di tutti i santi.
Sono
la donna delle pulizie
che ti ruba lo sporco,
sono la cassiera
che ti fa credito
solo se non compri,
sono il rifugio
di tutte le case
e la consolazione
delle migliori acquirenti.
In questa stanza
di mani rigide
pronte alla stretta
so che non sarà
il mio volto
a esser scelto:
è il calcolo programmato dei nomi
la distinzione netta
tra chi può sedere sicuro
e chi dovrà alzarsi
prima del tempo.
Lo avevano detto
che non si vive
per sempre,
ci avevano avvertiti
nell’unico linguaggio
che cura la vita.
Non possiamo appellarci
a niente,
neanche al veleno
che si ingurgita
di giorno
per addormentare
i bambini.
O forse
malati di altra malattia
potremmo chiedere
un rinvio,
un prestito,
per abituarci all’idea
che di morte non si muore
se non in vita.
Sono nubi scure
a fermarsi
davanti al volto
così mi preparo
a piovere
e batto
batto sul tavolo
di casa
e tutto intorno.
Dalla prefazione di Elio Grasso:
[...] A capofitto nel motivo conduttore dei corpi, perfino dentro il loro rovescio, Laura esercita i livelli della sua percezione, precisandone in ogni pagina precipizi, anomalie e ogni specie di antiche battaglie. E’ soprattutto il desiderio di entrare e muoversi dentro il riflesso del mondo (quello che ci fa sentire soli in una stazione prima dell’arrivo di un treno qualsiasi) a orientare tutta questa poesia, facendone questione d’esperienza primaria. E nel riflesso del mondo appaiono ancora più vere le misure degli uomini e delle donne, con i loro ventri e le loro passioni, i loro figli e ogni cosa sintonizzata con la meditazione di Laura: ora cordiale, ora perentoria come se non esistesse alternativa ai ruoli che ci rivela. [...]

Laura Accerboni è nata il 7/5/1985 a Genova, si è diplomata nel 2003 presso il Liceo Ginnasio Statale Andrea D’Oria di Genova. E’ iscritta a Lettere Moderne all’Università di Genova. Sue poesie sono state pubblicate su diverse riviste tra le quali Italian Poetry Rewiew, Poesia Crocetti Editore, sullo Specchio della Stampa. Ha conseguito diversi premi letterari tra i quali: Lerici Pea giovani 1996; Premio Letterario Internazionale Maestrale San Marco 1999, 1° premio sezione giovani; Premio Letterario Nazionale il Molinello 2000, 1° premio per le scuole superiori; Premio Internazionale di Poesia Città di Monza 2000, 1° premio sezione giovani; Città di Castello Artea Premio Nazionale 2002/2003, 1° premio poesia sezione scuole; Concorso Letterario Internazionale “Città di Ancona” 2004, 1° premio Sezione studenti; Concorso Gemine Muse 2005 Cremona 1° classificata sezione poesia; Concorso CercaTalenti 2006 Genova, 1° classificata sezione poesia; Concorso Nazionale organizzato dalla Provincia di Pisa“Giovani TalentiCercasi” 2009 1°premio Sezione Poesia. Dal 2006 collabora alla manifestazione “Percorsi Poetici” inserita nell’ambito del Festival Internazionale di Poesia di Genova.
ROBERTA D’AQUINO – selezione inedita
10 nov 2010 8 commenti
I versi di Roberta D’Aquino non ci hanno permesso di avere dubbi. La sua è una poesia arroccata tra pensiero e cuore, ferocemente dolorosa e al contempo sapientemente domata da una solida esperienza poetica. L’autrice si mostra pienamente a suo agio sdraiata sulla pagina, ma rimane in ogni caso del tutto umile, primigenia, un essere poetico che si dona puramente per sua propria natura. E il lettore non ha possibilità di trovarsi in imbarazzo preso per mano dalla voce graffiante eppure soave di questa giovane poetessa che regala a piene mani il suo dolore personale ( come in I campi spogli: “improvvisamente, gli occhi hanno preso / a brillare di pianto, proprio come / un aborto di bomba” )senza che questo divenga elitario. Perché la D’Aquino ha mangiato vorace la sua dose di male, e quel male la compone in ogni cellula con naturalezza, quasi con grazia. Il dolore è evidente, bruciante, eppure mostrato con eleganza e soprattutto con la voglia di esporsi non per sé, ma per gli altri che, in quanto frutti d’umanità, contengono e convivono con lo stesso male (da Dopo le nubi sopra il Golgota: “…che sono/anche io / dono e sacrificio / come tutti a questo mondo”). Il suo, insomma, diviene racconto universale, poesia che gronda da ogni punto del foglio e che va, attraverso l’imbuto dell’occhio, a riempire il cuore, le arterie, l’essere di chi si concede alla lettura. La poesia di Roberta D’Aquino è ricerca continua, una poesia che è fiume in piena ma che sa esattamente dove e come scorrere, senza darsi mai allo sterile straripare che deturpa i concetti e li scaglia verso le rive del niente. La sua riflessione è pietra perfetta che dorme sotto al suo muoversi e al suo scorrere e che si leviga e migliora senza possibilità di essere grezza, senza possibilità di essere scontata. Ciò è dimostrato anche dalla ricchezza delle immagini che la penna della ragazza sa donarci, immagini che sgorgano da una mente fluida, capace di accostare campi semantici anche lontanissimi tra loro, come labbri lontani di tessuto rotto di realtà che la poetessa ricuce in modo elegante, spedito, capace (da Epistola XIII dell’addio: “ti ricordi il rumore dei tetti / deserti, sbattuti dalla pioggia / che andava bucando ciotole / di avanzi di abbracci lasciati sui muri / a prendere vento?“). La sua poesia, completa, non si lascia sfuggire neppure la riflessione sulla parola, (fondamentale per chi fa della sua vita un proseguimento quasi fisico della poesia stessa). “Ho bisogno, vedi, di parlare / per non lasciare al caso certe coniugazioni”, scrive la poetessa in Dopo le nubi sopra il Golgota. E davvero il caso non è una coordinata conosciuta dallo scrivere di Roberta D’Aquino, che maneggia la parola con giusto calcolo di pensiero e di cuore, senza permettere di avere dubbi.
F.V.
***
erano fili, gerani fioriti sui balconi
aperti alle camminate degli stormi
a dirci che si può morire
non è vero che aspetto, ho solo in mente
il ritornello dei tuoi baci che torna-e-senevà
poi torn’ancora, io stesa a camminare viaggi
e tu sui ponti girati sottosopra
ho mani tese all’acqua e buco tutti i film
noi no, non s’affonda
EPISTOLA XIII DELL’ADDIO
ti ricordi il rumore dei tetti
deserti, sbattuti dalla pioggia
che bucava ciotole di abbracci
avanzi lasciati sui muri
a prendere vento?
l’odore salmastro dei pini teneva
segreti di resina e cuori di malasorte
e gli oleandri a raccogliere acqua
da disfare poi tra le mani
come sui volti
ed eravamo, nei pomeriggi passati
fuori stagione, coi piedi zuppi
aspettando che tornasse bello. le tempeste
in agosto vanno via veloci
di corsa. la casa aspettava
col cambio asciutto, le mamme
in ansia. i sellini umidi
scusa se ti tengo così, fermo
in un giorno piovoso. mi anticipo
d’un mese appena e qualche anno
sostituendo al peso del vuoto
un filo di verde. l’incastro dei raggi
I CAMPI SPOGLI
improvvisamente, gli occhi hanno preso
a brillare di pianto, proprio come
un aborto di bomba
era l’aver ricordato che di tanti
non ho più nonni. ne avevo sette
e sono caduti uno ad uno come non fecero
durante la guerra
era l’aver ricordato il sabato fascista
e quel dannato tedesco che strappò
la foglia all’albero, perché vibrava
controvento. Erano le parole della storia
vista dai suoi occhi e solo per questo
erano vere
ma è caduta per quarta. ci ha pensato
il cancro che in agosto miete il grano
maturo. e poi sono caduti tutti
e mi hanno lasciato i campi spogli
GERMOGLI
quante costole non possono contare
e quante ne sfiorano ancora
tra gli scaffali ordinati le ballerine in prima
sono nella tua testa, mamma
le crittografie dei versi, nella danza della grandine
al chiuso di una scatola a motore
i tuoi fari accesi a illuminare l’incanto
ed io a ridere di ciò che non conosco
tu sogni ancora, mamma?
me lo chiedo per sapere
se c’è un modo per spaccare le pietre
con una voce sola, se c’è una via d’uscita
al silenzio che l’intorno
impone ai fragili, se le tue gambe
si levano ancora a issare vele e riportarci al largo
a questo naufragio di mani
i demoni hanno bisogno d’aria -lo sai
di chi è quel gene che rimonta le ali
impollinando improbabili
fiori, così lontani da noi?
se è un tuo germoglio
avrà sole e le giuste gradature
io, la sua serra naturale
DOPO LE NUBI SOPRA IL GOLGOTA
Ho bisogno, vedi, di parlare
per non lasciare al caso certe coniugazioni
i verbi delle azioni, le congiunzioni
e perdere definitivamente il senso
piccolo e profondo, nel pozzo
nell’acquitrino in cui siedo
sola e in cui scavo con i piedi
Sono la ricerca, l’incudine, il piccone
e il secchio. Sono l’acqua e mi riverso
bevendomi di viscere. Sono
il cercatore
ho bisogno di sentire la tua voce
di specchiarmi nei tuoi vetri fin giù
dove il silenzio non è più brusio
di scuro naufragare, dove l’abbraccio
delle parole si tende come una catena e cigola
intorno alla carrucola delle risalite
e tu sei
dopo le nubi sopra il Golgota, la pietra rotolata
dal sepolcro, il sudario vuoto, la testimonianza
nel modo di dirmi che sono
anche io
dono e sacrificio
come tutti a questo mondo, in un universo interstellare
frattale, duplicato originale di infinito. Ripetizione
senza limite di tempo e forma
Siamo raggiunti nell’unico punto
che nessuno vede.
e mi domando quando arriverà la tempesta
romperà ancora gli argini robusti
se avrò il coraggio di esondare anch’io tra palmi
d’una notte diaccia, urlerò a Dio
quando lampeggia in alto
che ho bisogno d’un segno che sia più d’una luce
voglio una voce, un cenno, una nebbia chiara
spine e poi petali spossati dall’acqua
mi dica perché la terra può divorare la carne
come può digerire le ossa. se le sputa
in quale discarica, poi, le lascia
mi dica se c’è uno sversatoio
per le anime adunate al fondo
perché lo avverto con passi da ladro:
c’è sempre un Nulla affamato alle spalle
ha un velo scuro, nasconde la bocca
anche stanotte, che ha forma di pioggia
Napoli, classe 1982. Laureanda in ingegneria gestionale all’università Federico II, vive spesso su livelli differenti da quello terrestre: o troppo più su delle nuvole, o troppo più giù del mare, silenziosamente alla ricerca di qualcosa che sembra aver perso, forse ancor prima di averla trovata.
Ama il mare, il silenzio e contatto con la natura in generale, gli animali che raccoglie per strada se sono in difficoltà. Non è un caso che la ritroviamo caduta su un grosso albero secolare con le radici fitte al centro della terra e i rami alti a toccare il cielo.
Ha cominciato a scrivere per strappare all’oblio le parole che la voce non riusciva a pronunciare e infatti è sui libri che, insieme a formule e grafici stampati a inchiostro, troveremo notazioni a matita di altra natura. Nessuna pubblicazione personale a stampa, ma un mucchio di versi liberi nella rete sotto vari pseudonimi, poiché per riservatezza e per pudore ha sempre preferito non rivelare alle persone care la sua passione per la scrittura. Forse, però, è arrivata l’ora di tessere le fila del suo percorso e raggruppare i testi secondo l’ordine che spesso le manca.
Ha collaborato per molto tempo come redattrice per il sito Scrivere.info all’interno del quale è raccolta la maggior parte della sua produzione fin dal periodo dell’adolescenza. Da quasi un anno la sua casa è Versinvena, un forum di scrittura creativa che cura insieme a Francesca Coppola e nel quale si possono rintracciare le ultimissime produzioni e gli esperimenti sia in prosa che in poesia. Sue poesie ospiti anche in http://lastanzadinightingale.blogspot.com.
Tracce consistenti di lei in http://versinvena.freeforumzone.leonardo.it/ con lo pseudonimo maredinotte e in www.zima.scrivere.info
Poesie presenti nelle antologie del sito Scrivere.info:
Scrivere 2006, Ladre di desiderio, In tema d’amore edite da lulu.com
Foto di gruppo con poesia, edizioni Kimerick 2009
E in numerosi quadernetti tematici acquistabili o scaricabili on line dallo stesso sito, tra cui ricordiamo Tibet anno 2008, che ha devoluto il ricavato delle vendite a beneficio dei monaci e i rifugiati tibetani.
A.A.V.V., Quattro/giovin/astri
20 nov 2010 Lascia un commento
in 1.Poeti
COLLANA GIOVIN/ASTRI
Giovane poesia contemporanea
A.A.AV.V., Quattro giovin/astri
ISBN 978-88-96263-39-6
pp. 164, € 15,00
“Laura Accerboni (Genova), Antonio Buccelli (Foggia), Francesca Coppola (Napoli), Roberta D’Aquino (Napoli), Maziyar Ghiabi (Arak, Iran), Francesco Iannone (Salerno), Michele Porsia (Termoli), Anna Ruotolo (Maddaloni), Roberta Sireno (Modena), Vittorio Tovoli (Bologna), Federica Volpe (Carate Brianza) si confrontano ogni giorno alla ricerca di nuovi stimoli, idee cui lavorare, progetti da concretizzare, stilano lunghi e particolareggiati giudizi critici dei testi pervenuti in redazione, anche di quelli ritenuti non idonei alla pubblicazione, rispondendo di volta in volta in dettaglio a chiunque scriva inviando i propri testi o ponendo domande, avanzando dubbi e suggerimenti. Assistendo a questo fermento da spettatrice, mi sento trascinata e avvolta dal loro entusiasmo, dal calore e dall’umanità con cui abbracciano la scrittura dell’altro, esultando quando li convince, dispiacendosi quando sono costretti a rifiutare a qualcuno la pubblicazione. Cosa che avviene di frequente, perché questi ragazzi, come dicevo prima, sono dotati di una forte consapevolezza letteraria, di un marcato senso critico, che li spinge a essere severi ed esigenti prima di tutto nei confronti di se stessi, poi, in misura non minore, nei confronti dei loro coetanei o di poeti di poco più giovani. Tuttavia, i giovin/astri di Kolibris non si limitano a rifiutare la pubblicazione dei testi ritenuti non idonei, bensì forniscono di volta in volta all’autore un giudizio di valore dettagliato e il più possibile esaustivo, offrendo inoltre la propria disponibilità a seguire i successivi sviluppi della sua scrittura, incentivandone e favorendone i progressi sulla base del confronto e della crescita collettiva.
I poeti selezionati per la pubblicazione online di una scelta di testi – introdotta da una nota critica e da qualche notizia bio-bibliografica – verranno poi pubblicati in e-book da edizioni Kolibris, in modo da agevolare uno sguardo complessivo sull’opera dei giovani selezionati, e da evidenziare i criteri selettivi della redazione e i requisiti qualitativi che soggiacciono alle scelte dei giovin/astri.
I Giovin/astri di Kolibris non è però punto di arrivo, bensì palestra, punto di partenza del lungo percorso che è necessario intraprendere per approdare a quel che alla fine più marca il percorso di ogni poeta, la pietra miliare, arrivo di un istante, e ripartenza: il libro.
È per questo che all’attività di confronto, scambio e pubblicazione on-line, propedeutica alla pubblicazione cartacea, Kolibris ha deciso di affiancare quella di una collana, I Giovin/astri, interamente dedicata ai poeti di età inferiore ai 30 anni, di cui la presente opera collettiva Quattro giovin/astri costituisce la prima pubblicazione, rendendo anche conto di quello che è stato il nucleo primario dell’intero progetto. Sono stati infatti i poeti qui inclusi a scegliere e poi consigliarmi i propri compagni di viaggio, che ho riscontrato essere giovani altrettanto validi, preparati e disposti al confronto e al lavoro di gruppo in nome della qualità e del rigore.”
Dall’Introduzione di Chiara De Luca
“Ogni poesia, ogni verso, ogni parola, ogni ex-pressione invoca un interlocutore, l’altro che mette se stesso nel gioco del dialogo. C’è un’esposizione nella creazione letteraria e la stessa vocazione costituisce l’atto del leggere, che è sempre un ascolto dell’alterità, anche dell’altro io che presta voce a quella parola che proviene da fuori di noi, ma che prende forma dentro, rintoccando il suono nella camera acustica della nostra coscienza, del nostro corpo. Scrive Ezio Raimondi: “la lettura non è mai monologo, ma l’incontro con un altro uomo, che nel libro ci rivela qualcosa della sua storia più profonda e al quale ci rivolgiamo in uno slancio intimo della coscienza affettiva, che può valere anche un atto d’amore. La solitudine diventa paradossalmente socievolezza, entro un rapporto certo fragile come sono fragili tutti i rapporti intensi e non convenzionali (…) tra il lettore e lo scrittore si producono lo sguardo, la coscienza, il faccia faccia di una vera e propria relazione etica.” Al termine del viaggio in questo giovane arcipelago, attraverso i mondi interiori e i paesaggi esistenziali di quattro poeti, che fissano il loro presente nel decennio che va dai venti ai trent’anni, possiamo chiederci quale ascolto e attenzione convocheranno queste poesie presso il naturale interlocutore di chi è giovane: l’adulto. Adolescente e adulto sono vocaboli della stessa progenie; il latino adolesco diventa “mi nutro” e se nella prima parola la radice segnala il nutrirsi in atto per la necessità del crescere, nella seconda dà invece forma all’avvenuta nutrizione e alla tentazione, sempre presente, di non crescere più. E se è vero, come scrive Winnicot, che adulto è colui che trova il proprio posto, ancor più vera è l’ammonizione di Rilke che ci ricorda che fiori e frutti sono maturi quando cadono. Qui forse sta la malattia e la tentazione della nostra società. Potrà trovare questo arcipelago poetico, che nell’essere giovane incarna la possibilità del diventare e in essa ogni prospettiva reale e simbolica di cambiamento, l’accoglienza dovuta nella comunità adulta, tentata invece dalla pura persistenza e oggi, autovincolata dal farsi di una vita rapida, senza più tempo, convenzionata da strozzanti regole di quel mercato che tutto scambia e traduce in moneta? Quale ascolto potrà venire da una comunità che nulla sa più promettere a chi s’affaccia alla vita se non un’incertezza castrante la passione, che pare dimenticarsi d’accompagnare i giovani a diventare adulti, rinunciando nel contempo a ipotizzare, per mezzo di tale iniziazione, il rinnovamento del suo stesso essere e chiamando tutto ciò, per giustificazione, modernità?”
dalla prefazione di Umberto Fornasari
Francesco Iannone, Poesie della fame e della sete
Hai intrecciato tre panieri da regalarmi
da portare stretti
quando manchi e non riempi
la venatura che m’allarga crepa sul soffitto.
Sto col dito, guarda, premuto al pavimento
tiro i fianchi, strattono ad arrivarti
volevo dirti che ieri, poi, del resto,
siamo stati bene veramente
ho visto piano sparirti alla finestra
dicevo grazie
con la calma del bimbo sotto le coperte.
Spiegami tu l’assenza
la strada che scruta chi passa
un bimbo che la mamma l’ha persa
al supermercato e rigira
tra gamba e gamba cercando
la piega dei jeans, la più vera.
È quello strusciare di cappotti nella folla
e poi neppure vederti
che mi asfalta il cuore
mi fa piovere dentro.
La sterrata quasi
mi svapora avanti
struscio le siepi filo filo
sterzo bruscamente e rigo
la portiera contro il muro
cucio in bocca il fiato
il tempo solo di un respiro
mi accuccio nel guscio della sera
come un feto dormo
la promessa di te
il bozzolo chiuso
che spalanca al mattino.
In ogni cosa davanti
ad ogni dettaglio rientro
nel tronco di me
preciso come un fuso
o sulla corteccia, rapprendo.
Mi fiorisce così sulle mani
nella riga di sudore dell’indice
la consolazione dell’alba
che lecca il pelo al mattino
un calmo divieto di foglie
in orbita sul davanzale.
Il mattino si lancia dalle case
fuma sole pure dai comignoli
noi nel bavaglio che tiene ferme le lanterne
ci avvolgiamo come uccelli
portiamo acqua verso il secchio dei fianchi
crediamo il cielo un grande scoglio
da sistemarci bene sopra mentre un vento
ci mordicchia appena le caviglie.
Senti
che tormento di libeccio sopra i moli
che soffio ingrossa il bucato alle ringhiere…
Anna Ruotolo, da ‘a’ come avvicino
I
un passo (è tutto – sono lì)
ma poi ho paura di lasciarlo
invecchiare con te
chiuderlo in una stanza
non chiedergli una parola
o un accordo,
il bisogno di una mano infinita
accostata alla mia spalla.
Una mano senza riva
dal dorso di nevi e di ciliegia.
**
avvicino la mano alla tua mano,
qualcuno dice il palmo al palmo
quasi una parte bastasse
in certe misteriose sostanze d’amore.
Non basta, ti vedo svanire nel poco
hai la luce finale tutta
tutto l’abbandono.
E noi abbiamo un orizzonte
da sanare, così
mano a mano
***
con un passo (è tutto. E sono lì).
II
fianco a fianco
siederemo quelle scale
ascolta – dico – la rondine
lei il letargo non lo sa
non lo intende.
Parlando così va via qualcuno
qualcuno ci sfugge dentro
e bisognerebbe essere come
le cose
che sanno mantenere il tempo,
dedicare il ricordo.
IV
bocca a bocca:
scioglierò la mia per gioco
nella pagina ventuno del tuo libro
baciando la poesia dell’anno
…
quasi sono felice che dal tuo nome
abbia avuto vita un segreto
e che tu non abbia parlato
per bene, a lungo
da scoprirmi indaffarata
nel termine luminescente
della pioggia
e il mare e il freddo
e il gelo che – sai – non mi tormenta.
Da Dialoghi da Moleskine
IV
– E se si fa sottile il suo corpo
la riviera ci sembra attraverso
non mangia ormai che pane
e origano,
dobbiamo partire
per le stanze bianche
e i corridoi verdacciaio delle sale
per provare a ricongiungerci
nel sangue.
– Così le dici? Dobbiamo partire?
– Ogni tanto succede. O, ogni tanto,
che anche a me fa male qualcosa
cosicché dopo a lei non dice niente di brutto,
tutto ciò, niente di terribile.
È la riprova che il corpo è nostro
e se siamo in due si passa meglio
dal sogno all’esistenza , dall’esistenza
al sogno, nella notte.
Vittorio Tovoli, da City Melange
Soluzione cardioplegica
Ho imparato a passare sui cadaveri
ma non sulle tue scelte,
che lasciano macerie di discorsi
e stomaci sventrati.
È una vetrofania sgrammaticata
l’insieme delle mie dichiarazioni:
iniettare in un lembo
di cuore infetto
l’idea che niente valga
e poi attendere l’osmosi elettrica
tra l’aria della sera e il tuo profumo,
che è come si difende la natura
da un’eventuale esplosione microbica
di giovani speranze.
Chiara
Hai note a piè di pagina nei baci
e correzioni a margine in matita:
ci sono spiegazioni che non devi,
che arrivano sui reni.
Mi illustri i piani del percorso
togliendo la sicura alle corde vocali e spari
che gli asterismi e le brave ragazze
non ti vanno a genio
e poi che se una stella è luminosa
a quest’ora è già morta;
implosa in una nova
che mangia il buio astrale.
Ma tu non puoi capire.
Relaxing at Qingdao
Le crisalidi sono ancora larve
comunque le si chiamino:
mi vogliono sereno
come i Buddha di giada.
Non scomodiamo l’Impero Celeste;
basta un’ipotesi di vento
e il mare fa le creste.
Voglio parole scritte per fissare
il tramestio continuo delle barche,
la nebbia che risale,
i cumuli di alghe.
Su queste sabbie di giaguaro
un pesce che s’arena – sembra un drago -
e una bambina, piano:
dove inizia la battigia?
Quando smette di piovere.
Rondini di pane
Certo, non nevica a giugno. A sentirmi
le strade dopo i temporali
sono frutteti incolti e poi
Saturno, Giove e ancora ad ascoltarmi:
tu non faresti rondini di pane
ma stormi veri e propri, guarda,
la mia predilezione è per chi sverna.
Invece c’è chi resta e canta
un peana infinito che s’impiglia
al frangiflutti delle labbra:
ascolta chi mena il turibolo,
chi ancora piaggia quell’uomo in esilio
per un verso mai scritto a suo figlio.
Allora sei figa
Vittoria tua, probabilmente
ma è come aprire porte aperte
o fare luce al sole.
Forse non sai che sono fatto in pelle,
che prenderò la polvere dei giorni
granello su granello e nei lamenti
sì, ma di un ostaggio imbavagliato
e ignori i miei ritorni a casa
con tutti i nomi che si danno ai maschi
zoppicando a sinistra come i diavoli ubriachi.
Tu lasci vuota una stanza spoglia
eppure hai ceste di fiori bellissimi
che fai morire apposta.
Federica Volpe, La gola del cappio
Ad ogni altro
Non capisci
il mio essere donna
non solo nella foschia dei fianchi,
il mio essere fame
non solo nella penuria dei pani.
Non capisci il mio errare,
il mio eterno errore, l’orrore eretto
dalla stupidità stupenda della suscettibilità
propria di chi è primo e si premia tale.
Non capisci
il mio essere assente,
il mio essere offesa.
In fondo, in qualcosa, non siamo
diversi, distanti odiose distanze,
in fondo ci corrispondiamo:
ti guardo a guardia dei tuoi dardi di sogni
non proprio eroici
come gufo che graffia la notte spiando la chioccia.
E incommensurabilmente, non ti capisco.
Le mani degli anni
mi litigano come cencio
di mercato comunale.
Chissà quali dita
vinceranno il ricamo
sfatto, quale anno m’avrà.
Ad Alda Merini
Voce folle,
additata mentre canta e corre
nei campi gialli bagnati dal sole
che, inchiodato alla trapunta del cielo,
non dà respiro ai polmoni densi
della notte, bimba silenziosa e attenta
a copiare le materne movenze della morte.
Folle voce,
che ha per ossessione le braccia di luce
che la afferrano dolci e meschine,
di amante instancabile e violento
che dona ogni giorno fiori e peccato.
L’arte è peccato, mi hai detto un giorno
gridando nuda nei campi in cui a grappoli
l’io cresce e s’inebria estatica di sé,
come vino in uno specchio, ed io capiì.
Voce folle,
folle voce,
la tua,
la mia,
capri espiatori perfetti, pecore nere
che abbaiono e mordono, idrofobe,
che vengono sgozzate, rinchiuse
nel nero schifoso del loro sangue.
Ma mai noi folli, noi poeti,
siamo soli: siamo immersi
come in fasce nel tepore
del nostro pensiero di luce,
e cresciamo come delicati
crisantemi attendendo la croce,
il sonno eterno dello spirito insonne.
Avete mai portato – con permesso –
un caro amico a scuola?
o – castamente – sotto le lenzuola?
Io, i miei amici, – sorpresi?! – li porto sempre appresso.
Ho portato Rilke al parco,
Borges in riva al mare,
ho condotto Hesse sotto l’arco
d’un ponte, a Monaco, e mi pare
d’aver avuto con me in viaggio
il buon Gozzano. Rostand stette
con me lo scorso Maggio,
La Lamarque a Natale tra le fette
di pandoro, conobbi il fumoso Majakovskij,
Prevert, Proust, il timido Leopardi,
Goethe, Verlaine, il passional Bukowski.
Ognuno – e molti altri – lanciaron i loro dardi
su di me, senza ferire,
sol donandosi, senza mai finire.
Voi che avete cento e cento amici di carne
– non vi biasimo, anch’io ne ho qualcuno! –
potete goder gratuitamente – e trarne
tanto – quanto da un di carta? – Non mi inganno: cento a uno! –
Vittorio Tovoli – poesie scelte
26 nov 2010 3 commenti
in 1.Poeti
Se dovessi, in un aggettivo solo, definire la poetica di Tovoli, io la chiamerei “irriverente”, non certo nei confronti della poesia stessa, ma piuttosto di quei poeti di cui si legge troppo, di quelli che fermano dei canoni cui assoggettano il sentimento poetico. Vittorio Tovoli, invece, sembra cercare nuove strade di espressione, si aggrappa con ironia acuta e pungente a ciò che vede intorno, rende il mondo luogo stesso della sua poesia e così tutto diventa lirico. Perché non esistono termini antipoetici, ma è l’uso che se ne fa a decretarne la bellezza.
Come sul palcoscenico di un teatro, in continui cambi di scena Tovoli si fa attore e regista insieme, si destreggia intersecando i piani del reale con quelli della finzione, ma senza che nulla appaia mai costruito, mai falso. La sua scrittura è l’attrice principale, dalla cui lingua il verbo scorre fluido e, talvolta sfacciata e cinica, altre romantica e sentimentale, calca la scena davanti a quinte che ritraggono scenari quotidiani: aule scolastiche, strade, il soffitto della camera da letto. E’ da questi luoghi che si dipanano riflessioni intimistiche e filosofiche, che ci si pone domande, ci si dà risposte.
L’autore si avvale di un linguaggio semplice, di terminologie appartenenti per lo più al parlato e solo raramente si lascia scappare qualche parola più complessa che però snocciola in maniera naturale, poiché già appartenente al suo vocabolario. Nelle sue poesie, allora, prendono spazio termini come “pompini” o “lavatrici”, ci si inerpica lungo lezioni di astronomia che raccontano di un amore stantio come in “SETI program” dove l’autore riconosce che “L’errore è stato vedere un corpo celeste / nel moto rotatorio dei tuoi fianchi.” e ” vi ho perso le ragioni del mio studio / poiché di queste cose sono piene le galassie. / Oh, come se a te importasse.” in cui è evidente la disillusione e lo sconforto di non essere compresi a sufficienza.
Il tema dell’inadeguatezza ricorre spesso nelle poesie di Tovoli e, per quanto egli cerchi di dissimularlo attraverso l’uso dell’ironia, tra le labbra che finiscono di declamare le sue parole e nel cuore stesso del lettore resta una vena malinconica difficile da cancellare.
Le visioni immaginifiche di Vittorio, pur fresche e spontanee, ci parlano di un ragazzo disilluso, realistico, consapevole come in “City Mélange” dove dice ” Ora che spostano dai centri urbani / le sedi comunali forse pensano / di governare meglio le città: / ma è come avvicinare un occhio al cuore / e volerne vedere i battiti.” in riferimento alla sua città tra le cui strade ci porta a passeggio, ai cambiamenti urbanistici che probabilmente lo turbano e in cui dà un senso perfino al “guano dei piccioni/sui monumenti”, altra provocazione che non può che stamparci in volto un sorriso amaro.
Dalle sue poesie emerge una vasta cultura, estesa nello spazio incontaminato di una mente aperta alla conoscenza per qualunque scienza e letteratura, una personalità forte ma inesauribilmente alla ricerca di se stessa, quando per farlo si ha bisogno prima di tutto di smantellarsi, smarrirsi tra gli uno nessuno e centomila che ci compongono e perdere ogni certezza per ricominciare da capo perché, per concludere con le sue parole, “Certe persone sanno cosa fare, / a me non resta che annegare i pesci / o trovare sinonimi”.
r.d.
Pompini che sembrava una lavatrice!
Le ossa, rami intrisi di pioggia
e per la strada il silenzio
di una parola tronca,
i vasi che traboccano di terra;
l’amore è inutile d’inverno,
come la classica ciliegia sulla torta,
e un cielo che tramonta è un cielo all’imbrunire.
Certe persone sanno cosa fare,
a me non resta che annegare i pesci
o trovare sinonimi.
City Mélange
Se non ci fossero le tasche,
con questi muri senza crepe
e le coppiette che si baciano,
lo troverebbe il fiume un nascondiglio?
Le barche sono piccole
e i ristoranti all’angolo dimessi.
Scandalizziamo ancora gli urbanisti,
i nostri agglomerati di palazzi
e case a un piano solo,
gerontocomi al posto dei parcheggi
e tu che chiedi cosa sono
e ridi.
Ora che spostano dai centri urbani
le sedi comunali forse pensano
di governare meglio le città:
ma è come avvicinare un occhio al cuore
e volerne vedere i battiti.
Ora che tutto ha ragione d’esistere,
capisco gli architetti,
il guano dei piccioni
sui monumenti.
D’aria
Oggi mi dava la schiena, mi sembra,
oppure si trattava del tramonto?
Quello che non distinguo nel vederla
mi si ripete come un libro aperto,
argomento già letto
e non basta il riflesso alla lavagna
bianca per scorgerne la furia,
perché di rabbia si tratta:
non mi racchiudo nei bordi d’un foglio
figuriamoci in un botta e risposta
da soap opera.
Oggi mi dava la schiena ed è certo.
Mi vede della stessa importanza dell’aula,
aria.
SETI program
L’inverno non è sopravvissuto alle mosche
mentre col telescopio perlustravo
le stelle bianche del soffitto.
L’errore è stato vedere un corpo celeste
nel moto rotatorio dei tuoi fianchi.
Ho seguito le tue pupille caricarsi
di ferro fuso fino a implodere
e deflagrare come supernove.
Emanare una luce che io credevo
d’amore, d’un miliardo di volte più luminosa del sole
e adombrarti nel mistero
d’un buco nero; vi ho perso le ragioni del mio studio
poiché di queste cose sono piene le galassie.
Oh, come se a te importasse.
H. von Helmholtz cerca redenzione in fin di vita
La prima lettera è quella più grande
è facile vederla;
è dopo, per la confusa discesa,
per una pozza di neve macchiata
da righe sghembe che noi ci si perde
e quella che sembrava una lettura
di poco impegno muta nella notte
di un inventarsi imbarazzato.
È dopo, quando l’alfabeto
ricomincia daccapo
che avresti tenuta la zeta
per ultimissima, zeta zavorra,
come una trama morta dal principio.
Qualcuno dice che abbiamo finito.
Vittorio Tovoli, nato a Bologna il 3/11/85; laureato in Lingue e letterature straniere all’Università di Bologna con tesi sulla città di Shanghai; Tecnico commerciale per la commercializzazione del Made in Italy in Cina; studia tre lingue (Inglese, Spagnolo, Cinese) e due da autodidatta (Albanese e Ungherese); recita e cura la regia di alcuni cortometraggi (“Altro da me”, 2010) per passione
Antonio Buccelli traduce Javier Vicedo Alós
05 dic 2010 Lascia un commento
in Antonio Buccelli, Poesia spagnola, Traduzioni
NOTA CRITICA SULL’AUTORE
Quando ho incontrato i versi di Javier Vicedo Alós, non ho avuto tentennamenti; la trasparenza delle tematiche e del linguaggio di questo poeta non lasciano dubbi di sorta: è questa una poesia straripante e diretta, che non indugia in futili narcisismi; una poetica bella cosi come appare, nuda e cruda, quasi spavalda, che aumenta di tono nel suo esaurirsi, lasciando interdetto chi la legge; come a voler donare appositamente spazio e voce all’altro.
Quella di Javier Vicedo Alós è una poetica aspra e diretta, sottilmente aperta all’infinito e alla fatalità dell’esistenza; che si fa in alcuni tratti più dura e sprezzante, quasi intransigente, anche nei confronti dell’uomo stesso, nonostante permanga l’impronta sostanzialmente esistenziale delle tematiche affrontate. (“Si nasce senza parole /e con tutte le parole distrutte /ce ne andiamo”. Da “Omaggio verticale”, parte II).
Le poesie selezionate da me per questa occasione, sono tratte dalla raccolta Ventanas a ninguna parte, pubblicata in Spagna nel 2010. Tradotto in italiano, il titolo della raccolta suona un po’ come Finestre su nessun luogo, quasi a voler dire che il poeta osserva l’infinito nella sua inesauribilità da un luogo neutrale, irraggiungibile; da dove fissare le coordinate anche della propria personale limitatezza, imposta dalla carne, dalla materia; dirigendo le proprie emozioni dalla finestra spalancata della propria anima, invitandoci a percorrere con lui questa profonda escursione verticale. Le poesie tradotte hanno come tema centrale proprio questa visione ambigua e mutevole della vita, il desiderio d’infinito, ma anche la ricerca della realtà, difficilmente rintracciabile; condizione da cui scaturisce l’amara riflessione che racchiude tutta l’opera dell’autore.
E poi la particolarità quasi maniacale che Javier Vicedo Alós riserva alla parola, resa monito, quasi simbolo da preservare costantemente, come la finestra, vera figura centrale di tutta l’opera. La finestra è qui metafora d’anima e di coscienza, una coscienza che non vuole piegarsi all’uomo, ma che vuole quasi distaccarsene; e magari ritornare verso quegli stati primordiali, in stretta simbiosi con tutti gli esseri della terra (“Scomporre il mio nome in questa sera /come l’uccello che si schianta in canto /fino a intonare la sua stessa assenza”. Da “Ambizione”).
Anima che comunque ritorna a sé e retrocede a vittima di un’esistenza da cui non si ha scampo, anzi, da dove riaffiora prepotente il desiderio di appartenerle (Rischioso il ritmo della carne / questo salto verso il mondo / e la sua respirazione di corpi vincolati. / Però lì è l’uomo: in quel rischio d’esserlo. Da “Desiderando mondo”).
Una poetica quindi precisa e perentoria nella sua tematica, una riflessione sull’esistenza e sull’impossibilità di immedesimarsi nell’altro, anche avendone la necessità costante.
Antonio Bux
Poesie tratte da Ventanas a ninguna parte
Di Javier Vicedo Alós
HOMENAJE VERTICAL/a Roberto Juarroz
I
Echamos fuego al agua
y apagamos la transparencia.
Así quema el hombre la claridad del mundo
y la prende de silencio.
El temblor humano del fuego,
el estrépito de una voz abriéndose
enmudece cualquier palabra.
Al fuego le basta con arder.
OMAGGIO VERTICALE/ a Roberto Juarroz
I
Gettiamo fuoco sull’acqua
e spegniamo la trasparenza.
Così arde l’uomo la limpidezza del mondo
facendola avvampare di silenzio.
Il tremore umano del fuoco,
lo strepitio di una voce disserrandosi
ammutolisce qualsiasi parola.
Al fuoco basta ardere.
II
No hay palabra más cierta que otra.
Se aprende a callar con los años,
aunque parezca que hablemos.
Se nace sin palabras
y con todas las palabras rotas nos vamos.
Y sin embargo,
aunque vivir sea enmudecer,
existe un placer original en el silencio
que justifica todos los silencios.
II
Non c’è parola più certa di un’altra.
S’impara a tacere con gli anni,
anche se sembra che parliamo.
Si nasce senza parole
e con tutte le parole distrutte ce ne andiamo.
E tuttavia,
nonostante vivere significhi ammutolire,
esiste un piacere primordiale nel silenzio,
che giustifica tutti i silenzi.
AMBICIÓN/a Carlos Marzal
Descomponer mi nombre en esta tarde
igual que el pájaro se rompe en canto
hasta cantar su propria ausencia.
Quebrar los nudos pétreos de la carne
y ser la incandescencia pura
sin motivo ni superficie.
Ser por un sólo instante –ya sin término-
Porción silenciosa del mundo,
Voz más lejana que la voz.
AMBIZIONE/a Carlos Marzal
Scomporre il mio nome in questa sera
come l’uccello che si schianta in canto
fino a intonare la sua stessa assenza.
Spezzare i ruvidi nodi della carne
ed essere pura incandescenza
senza motivo né superficie.
Essere per un solo istante – senza termine-
porzione silenziosa del mondo,
voce più lontana della voce.
DESEANDO MUNDO/a Santiago Pantós
Doy un paso hacia el mundo.
Dar un paso es tender los labios,
sacrificar nuestra vocación de tristeza,
abrir la dura cáscara de la noche.
Doy un paso hacia el mundo
agotado de tanta suerte inmóvil
-un pájaro es sus alas, un hombre su deseo-.
Palpitan como venas los caminos.
Y sé el humo de tantos gestos,
la luz vencida en la espesura de los árboles.
Es arriesgado el ritmo de la carne,
este salto hacia el mundo
y su respiración de cuerpos enlazados.
Pero ahí es el hombre: en ese riesgo a serlo.
DESIDERANDO MONDO/a Santiago Pantós
Faccio un passo verso il mondo.
Fare un passo è tendere le labbra,
sacrificare la nostra vocazione alla tristezza
aprire il guscio duro della notte.
Faccio un passo verso il mondo
esausto di tanta sorte immobile
– un uccello è le sue ali, un uomo il proprio desiderio-.
Palpitano come vene le strade.
E so il fumo di tanti gesti
la luce vinta nello spessore degli alberi.
Rischioso il ritmo della carne,
questo salto fino al mondo
e la sua respirazione di corpi vincolati.
Però lì è l’uomo: in quel rischio d’esserlo.
CENTRO POSIBLE
Cuerpo, rasgas la noche, y hay mundo.
Hay ventanas, y vértigo de ahora,
de siempre;
la tentación también, tan quieta, del objeto:
ser madera o piedra,
clausura de la propia forma.
Pero el gesto es futuro:
un cuerpo queda quieto, o retrocede,
y la ventana está ya más cerca.
El instante es urgencia, aire, salto
-en pensar se hace el movimiento:
caída o ascenso, nadie sabe-.
Cuerpo, centro de todos los posibles.
CENTRO POSSIBILE
Corpo, strappi la notte, e c’è mondo.
Ci sono finestre, e vertigine di adesso,
di sempre;
la tentazione anche, cosi ferma, della materia:
essere legno, o pietra,
prigione della propria forma.
Ma l’espressione è futura:
un corpo resta impalato, o indietreggia
e la finestra è più vicina.
L’istante è impellenza, aria, lancio
-nel pensare si ha il movimento:
caduta o ascesa, nessuno può saperlo-.
Corpo, centro di tutto il possibile.
Javier Vicedo Alós nace en Castellón en 1985, aunque desde hace dos años reside en Madrid. Es autor de los poemarios Ventanas a ninguna parte (Ed. Pre-textos, 2010), La última distancia (Ed. Puerta del Mar, 2010) y El azul silencio del hombre (Ed. Aula de poesía, 2008). Con sus obras ha obtenido el II Premio de poesía joven RNE (2010) y el IV Premio de poesía Bancaja de Creación (2007). Durante el 2008 fue residente de la 6ª promoción de la Fundación Antonio Gala como reconocimiento por su labor literaria. En la actualidad compagina sus estudios de Filosofía en la Universidad Complutense de Madrid con la elaboración de un nuevo libro. L
Javier Vicedo Alós è nato a Castellón nel 1985, ma risiede e vive da molti anni a Madrid. Ha pubblicato i seguenti libri: Ventanas a ninguna parte (Ed. Pre-textos, 2010), La última distancia (Ed. Puerta del Mar, 2010) y El azul silencio del hombre (Ed. Aula de poesía, 2008). Con le sue opere ha ottenuto il premio di poesia giovane RNE (2010) e il IV premio di poesia Bancaja de Creación (2007). Durante il 2008 ha ottenuto un riconoscimento alla 6ª promoción de la Fundación Antonio Gala per il suo lavoro letterario. Attualmente accompagna congiuntamente ai suoi studi di Filosofia presso l’Università Complutense di Madrid, l’elaborazione di un nuovo libro.
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Poesie di Javier Vicedo Alós
tratte da “Ventanas a ninguna parte”
(Pre-textos edizioni) copyright © 2010
Tutti i diritti riservati.
Traduzioni a cura di: Fernando Antonio Buccelli (Antonio Bux)
Vincenzo D’Alessio su “Quattro giovin/astri” (I parte – Francesco Iannone)
16 dic 2010 Lascia un commento
in Recensioni
Kolibris edizioni, 2010
recensione di Vincenzo D’Alessio
Intorno all’editoria minore si scrive poco. I sacrifici economici, che affrontano i piccoli editori, vanno oggi sotto il termine di microeditoria. Il volume Quattro giovin/astri, pubblicato dalle edizioni Kolibris di Bologna, si assume un compito di non poco conto: giovinastri di questi tempi? Sotto gli occhi del mondo è la vicenda dei giovani studenti dei diversi ordini e gradi di istruzione: la scuola pubblica viene affossata e la scuola privata viene rafforzata. Quale presente affrontano i nostri giovani “astri” nascenti?
Non sono i “sessantottini”, assolutamente. Sono invece i giovani che tornano a chiedere il giusto ruolo, la giusta nomenclatura nella società contemporanea. Senza sventolare un “futuro” prossimo che non si avvererà. Siamo di fronte alla più cupa delusione di quella forza vitale rappresentata dai giovani. I meno giovani non lasciano, in nessuno modo, il loro ruolo. Anzi si incattiviscono e prolungano ancora di più la loro permanenza nei ruoli sociali. Di questo passo i giovani, già tanto bistrattati e perseguitati, cadranno nelle maglie delle trappole sociali chiamate: droga, mafia, camorra, sfruttamento, traffico umano, prostituzione, e chi più ne ha più ne metta.
L’uscita di questo volume segna un punto in favore della nostra tesi: la casa editrice Kolibris pubblica le poesie dei giovani, scelte dai giovani, che iniziano la strada nuova del Ventunesimo Secolo, voluta dai giovani. Che volete che sia? Un modestissimo contributo che sul mercato potreste acquistare a quindici euro. Invece, no!, è un tizzone ardente che brucia le mani, a chi non sa vivere, le riscalda a chi ha volontà di seguire, partecipare, alla “bella gioventù” che si prepara a vivere. I poeti sono antesignani, filosofi compresi solo quando divengono uomini, artefici dei cambiamenti che, ai meno giovani, sembrano sconvolgimenti delle sudate regole.
Il primo giovane-astro , incluso in questo libro, è il poeta Francesco Iannone, con la raccolta “Poesie della fame e della sete”. Fame e sete di cosa? I versi ci spiegano i motivi invocati dal titolo: “Il rullo dello stomaco / gira a vuoto la tua assenza” (pag. 29). Comprendiamo che la fame, indicata dall’Autore, è quella dell’assenza, della solitudine pur vivendo in mezzo a migliaia di persone: “Spiegami tu l’assenza / (…) / È quello strusciare di cappotti nella folla / e poi neppure vederti / che mi asfalta il cuore / mi fa piovere dentro” (pag. 28).
Avvertite l’onomatopea della parola “strusciare”, tipico termine utilizzato dalle generazioni giovani per indicare quello che Giacomo Leopardi scriveva nella sua stupenda poesia Il passero solitario: “(…) Tutta vestita a festa / La gioventù del loco / Lascia le case, e per le vie si spande; / E mira ed è mirata, e in cor s’allegra.”
Il camminare per le strade per far sì che gli sguardi s’incontrino. Che gli occhi parlino il linguaggio dell’anima. Solo chi è adolescente conosce la forza e il tremito che nelle gambe si avverte in questi momenti. Più ancora, nel nostro Iannone, i termini “mi asfalta” e “mi fa piovere”. Le forze interiori divengono un tutt’uno con l’asfalto e con i fenomeni atmosferici. Siamo di fronte alla poesia del nuovo secolo, che si avvale di termini poetici che non troveremo,sovente, nei poeti dello scorso Novecento.
La sete invece è di maggiore spessore: la ritroviamo nel suo “villaggio”, di fronte al mare: “(…) Per tutta la vita si rimane / come ai bordi della lingua l’acquolina / e la mamma che già viene / ci sfama e rassicura” (pag. 36). Più forte diviene l’analogia quando la ricerca dell’acqua e della serenità si rifanno ancora una volta alla parte femminile, del poeta, e di ognuno di noi: “(…) mi accuccio nel guscio della sera / come un feto dormo / la promessa di te / il bozzolo chiuso / che spalanca al mattino” (pag. 30). I due volani della ricerca poetica, annunciati nel titolo, si svelano in questi versi. Il mattino, l’alba, la luce tanto cara ai giovani/astri, nel Nostro ricorrono sovente.
C’è la parte “affabulante” della poesia di questa raccolta che mi ha riportato alla mente i bei quadri di Marc Chagall. Una visione costante dei gesti umani uniti all’azione meccanica delle cose che circondano il poeta: “Mi ricordo (…) / sospesa come se / ti volassero via le gambe / e le braccia si snodassero / e cominciasse il corpo una sua danza / che sapeva durare per ore”(pag. 35). C’è il ritorno della poesia meccanicistica, ispirata in modo profondo ai termini oggettivi che l’occhio acuto del poeta raccoglie e trasferisce alla condizione umana: “(…) Fai come ciottolo sulle rotaie / stridi soltanto se batti ferro duramente / e sei il punto esatto di sutura / fra stomaco e clavicole” (pag. 37). Le similitudini nella poesia di Iannone sono molteplici e tutte ben collocate nello svolgimento poetico del racconto esistenziale.
Anche la lezione di Eugenio Montale, della poesia Non chiederci la parola, sembra prendere corpo nella raccolta che stiamo leggendo, quando il Nostro scrive: “(…) Ora io questo soltanto dico: / ciò che svola e non si perde / si raccoglie” (pag. 42). Il resoconto d’immagine, che Francesco Iannone ci consegna nei suoi ispirati versi, viene raccolto in questa bellissima sequenza: “(…) Si cade, io so, / perché qualcuno ci prenda / ci porti a spalla e ci infili / nel sole la testa / che affetti la luna / ma senza ferirla / dolcemente, ridendo” (pag. 46). Cosa si desidera di più da una voce poetica giovane? L’affido alla generazione che la precede. La necessità di “godere” dell’età felice, che in verità ha le sue luci (il sole) e il suo buio (la luna). Principalmente, però, questa stupenda voce meridionale ci indica la strada che i giovani amano: “senza ferire, dolcemente ridendo.”
Da questa prima voce, analizzata, dalla raccolta Giovin/astri, credo proprio che ci troviamo di fronte a degli astri nascenti in Poesia, non di fronte a poetastri che, a tutti i costi, oggi, desiderano ottenere il titolo.
Mi affido ad una voce critica rilevante, quella di Umberto Fornasari, che ha curato i tratti geopoetici degli Autori contenuti in questa raccolta, per concludere questa prima parte del nostro viaggio: “Quale parola saprà pronunciare una comunità che non conosce più il tempo d’ascoltare, lo stesso che chiede la poesia che è l’impertinenza semantica, il giovane nascente senso, nell’adultità della parola tentata dal semplice consistere seriale?” (pag. 13).
articolo pubblicato in farapoesia
Vincenzo D’Alessio su “Quattro giovin/astri” (II parte – Anna Ruotolo)
16 dic 2010 Lascia un commento
in Recensioni
Kolibris edizioni, 2010
Recensione di Vincenzo D’Alessio
Abbiamo ripreso la lettura dell’antologia Quattro giovin/astri, curata da Chiara De Luca, per le edizioni Kolibris di Bologna. Ci viene incontro, il dialogo poetico, di Anna Ruotolo: un dialogo molesto (Moleskine è una riconosciuta marca di agende per appunti di viaggio) per le orecchie dei contemporanei. Una sana provocazione per il lettore attento alla parsimonia delle “poetesse” che sanno rivelare, senza parole superflue, la ricchezza di un mondo interiore che è poi il mondo di tutti gli adolescenti.
Il dialogo, tra mondo interiore della poetessa, e l’esistenza che scorre nei suoi occhi, non ha solo gli uomini come referenti, ma l’intera creazione a cominciare dal sole che la/ci illumina: “Dopo il tuo lavoro passi sempre qui, / alto, alto sali tra i muri / scendi latte di montagne / rimpicciolisci per raggiungermi” (pag. 53). La callida iunctura permette al sole l’esercizio di un lavoro, si fa corpo e anima, per raggiungere la poetessa nel luogo della scrittura e nei “condotti subliminari”. Questa strofa d’ingresso alla raccolta dialoga con l’astro, distante, chiedendo risposte alle domande che i neofiti dell’esistenza pongono all’anima mundi: “(…) Ebbene, che vedi fuori / prima di entrare?/ (…) Salta il racconto, va’ avanti / – Che due o tre giovani / dalle calze brune hanno / provato a salutare” (pag. 53).
Tutta la raccolta, si anima di energia, di solarità. Hanno forza i versi per penetrare da una poesia, all’apparenza personalistica, a una poetica vermiglia, vera e sincera, che annoda i grani del rosario delle generazioni precedenti: “- Le cose che non ci sono vanno pensate / – Va pensata la vita e la scrittura!” (pag. 59). Sono impegni severi quelli che i versi della Nostra ci propongono: “- La guerra per le intercettazioni / l’incostituzionalità delle parole… / lasciamole a loro” (pag. 58). Ci viene da pensare che la classe cosiddetta dirigente, cioè i politici e tutto il sistema dello Stato, non hanno più alcun dialogo con i giovani, principalmente con le loro esigenze vere: il lavoro, lo studio, la riservatezza della loro esistenza.
Riconosco che un critico non può commuoversi di fronte alla bellezza della poesia, non può travalicare la “frontiera del sentimento” (Piero Bigongiari, Il critico come scrittore), deve suscitare l’imparzialità per far sì che la critica sia accettata e con essa il lavoro che sta costruendo. Ebbene quando ti viene incontro un verso stupendo,che agita le acque che alimentano la sostanza della tua memoria, il critico deve dichiarare che i legami con i versi di Baudelaire, Verlaine, sono forti: “(…)- Che cosa stai guardando adesso? / – La data di quando / ho ordinato il tuo libro / e i soldi messi da parte / per quell’esame di gioia / e di zucchero, / l’azzurra avidità che ci sfinisce” (pag. 57). Oh l’azzurro! Irraggiungibile azzurro dei Poeti, dove si sperde il pensiero e il naufragio diviene dolce. “Gioia e zucchero” di un esame che è poi l’esistenza intera.
La lezione dei giovani è stupenda. Noi, arroccati nel nostro raggiungimento sociale, siamo distanti dal freddo delle strade, dai tetti delle università, dai fumi puzzolenti dei lacrimogeni, dalla violenza feroce dei manganelli. Guardiamo?! Non basta! Lo dico con la consapevolezza che i giovani sono migliori di noi in moltissimi campi: “(…) È la riprova che il corpo è nostro / e se siamo in due si passa meglio / dal sogno all’esistenza, dall’esistenza / al sogno, nella notte” (pag. 56). Dice proprio questo Anna Ruotolo: la comunione tra giovani. Non l’odio e la cattiva competizione come tra gli adulti. Sono trascorsi anni, di un secolo di sangue e di guerre, quando la speranza aveva il volto di Martin Luther King con la sua espressione “Io ho un sogno”; quando Jacques Prévet scriveva: “(…) Bandito! Ladro! Briccone! Furfante! / È la muta della gente benpensante / Che dà la caccia a un adolescente /(…) Arriverai mai al continente al continente?/ Qualche uccello sull’isola si vede volare / E tutto intorno all’isola c’è il mare” (Parole, Guanda, 1989).
La seconda sezione della raccolta, titolata “come avvicino” si compone di strofe cariche di una bellezza da spasimo: “(vieni a cena da me) / il fiume si accende dove ha le mani / (…) La tavola è apparecchiata di fuoco / entra, siedi, aprimi il viso / ti trema negli occhi la luce / lungamente, / come una terra che si avvicina / alla sua acqua /non ha fine” (pag. 81). L’enjambement accentua l’armonia dei versi. La similitudine degli occhi ricolmi di una luce senza tempo, avvicinati al concetto dell’ansia che ha la terra di avvicinarsi alla sua acqua, ad un tempo eterno “senza fine”. Acqua che germina la vita neonatale, purezza dello sguardo umano che invita, chi legge, ad aprire “il viso” dove dimora la vera distanza tra sogno e realtà. La poesia è racconto nei versi della Nostra poetessa?
Starei attento a definire racconto l’ansia struggente di questo diario dialogo di Moleskine. Per chi sa discendere nel “fuoco” preparato sul tavolo dell’invito c’è più dell’invito: “entra, siedi”. C’è l’armonia che ci governa. L’armonia che viene chiamata “leggera gioventù”, ma che in verità dovrebbe albergare sempre in mezzo agli esseri umani. Siamo vicini alla fine di questo primo decennio, inquieto, del Nuovo Secolo (nuovo poi quanto?!). Il crollo dell’egemonia economica ha riproposto, saldamente, la necessità dell’ascolto dei più deboli, dei poveri, delle risorse esauribili del pianeta Terra. La nostra poetessa Ruotolo, con la fiamma meridionale nel cuore, ci lascia dei versi lapidari, immutabili, per dichiararci quanto abbiamo detto fin qui: “questa ha l’aria di essere / quell’ultima poesia dell’anno / lanciata dalla finestra / per rompersi sui muri zuppi, / radiosa nel cadere, una cometa / trafitta dal tuo alito di fumo / che si avvicina e s’allontana / (s’allontana, si avvicina ) / e si dirige al cielo” (pag. 85)
Il cielo è ancora, per ora, di tutti. Dei poeti e dei poveri. Delle multinazionali e dei politici. Ma di comete ce ne sono poche: quando passano fanno tremare tutti i ricchi. Non i Poeti.
articolo pubblicato in farapoesia
Era d’inverno il freddo e spento bacio – una poesia di Antonio Maggio
09 apr 2011 Lascia un commento
in Una poesia
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Era d’inverno il freddo e spento bacio
impresso in labbra livide dall’onta
per un sussurro che s’inoltra ancora
sulla bianca e increspata porcellana
come la spuma d’un mare distante.
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Antonio Maggio, nato a Napoli il 9.6.1976, si è laureato in Lettere Moderne presso l’Università degli studi di Napoli “Federico II” con una tesi sugli studi danteschi di Giovanni Pascoli. In passato ha partecipato a diversi premi letterari, ottenendo piazzamenti e menzioni e vincendo, nel 2008, la seconda edizione del premio Roberta Capasso, sezione giovanile del premio Megaris (primo classificato ex aequo).
Premio internazionale di poesia “Piero Alinari”
09 feb 2011 Lascia un commento
Bando della II Edizione 2011
Scadenza: 29 Aprile 2011
REGOLE GENERALI
Ø Il concorso è diviso in due sezioni:
1. sezione “Raccolta inedita”, aperto a tutti
2. sezione “Poesia inedita”, riservato a giovani fino ai 30 anni di età.
Ø La partecipazione è gratuita.
Il tema è libero, ma con un’apertura e una tematica internazionali.
IL BANDO
1. La Fondazione Vittorio e Piero Alinari, in collaborazione con la Cattedra “Giuseppe Ungaretti” della Columbia University di New York e la rivista internazionale di poesia «Italian Poetry Review», bandisce per l’anno 2011 un concorso di poesia
con testi in lingua italiana, a tema libero, ma con un’apertura e una tematica internazionali.
Non saranno presi in considerazione i testi privi di tale carattere internazionale.
Il concorso è composto da due sezioni:
1. sezione “Raccolta inedita”;
2. sezione “Poesia inedita”.
2. Le opere per la sezione “Raccolta inedita” dovranno essere inedite (fino al giorno della cerimonia di consegna) e non premiate in altri concorsi letterari, pena l’esclusione dal Premio.
Ogni autore potrà inviare una raccolta composta al massimo da n. 50 poesie. Le opere dovranno essere presentate su supporto cartaceo (con le pagine numerate) e in formato elettronico (.doc, .rtf).
3. La sezione “Poesia inedita” è dedicata a giovani autori (meno di 30 anni). Le opere dovranno essere inedite (fino al giorno della cerimonia di consegna) e non premiate in altri concorsi letterari, pena l’esclusione dal Premio. Ogni autore potrà inviare fino a tre poesie inedite (in versi liberi o in forme metriche regolari) non eccedenti i 100 versi complessivi. Le opere dovranno essere presentate su supporto cartaceo e in formato elettronico (.doc, .rtf).
4. Il premio della sezione “Raccolta inedita” ammonta a euro 500,00 e l’opera vincitrice sarà pubblicata nella collana di poesia e traduzioni “Ungarettiana”, diretta da Paolo Valesio e Alessandro Polcri presso la Società Editrice Fiorentina. Il premio della sezione “Poesia inedita” ammonta a euro 150,00 e l’opera vincitrice sarà pubblicata nella rivista «Italian Poetry Review».
5. La Commissione giudicatrice è composta da:
Alfredo De Palchi
Simone Magherini
Luigi Fatichi
Alessandro Polcri
Andrea Ulivi
Paolo Valesio (Presidente)
6. Le opere dei concorrenti dovranno pervenire presso la sede della Fondazione entro il 29 aprile 2011. La copia cartacea, assieme a una scheda con le generalità, una breve nota biografica e il recapito dell’autore, all’indirizzo della Fondazione; quella su supporto informatico (formato .doc, .rtf), al seguente indirizzo e-mail: premioalinari2011@fondazionealinari.it. Le spese di spedizione sono a carico del concorrente. La Fondazione è esonerata da qualsiasi responsabilità in caso di ritardi, disguidi e mancato arrivo delle opere. La partecipazione al Premio è gratuita.
7. Il giudizio della Commissione è insindacabile e non vengono compilate graduatorie di merito; non si prevede l’assegnazione di un premio ex-aequo. La Commissione si riserva la facoltà di non assegnare il premio, ma potrà conferire menzioni speciali per lavori che si distingueranno e che saranno pubblicati sulla rivista «Italian Poetry Review» 2011.
8. Le opere inviate non verranno restituite, ma rimarranno disponibili presso l’Archivio Storico della Fondazione.
9. I diritti delle opere vincitrici restano a tutti gli effetti di completa ed esclusiva proprietà dell’autore che rinuncia alla percentuale sulle vendite della prima edizione dell’opera premiata.
10. Qualsiasi obbligo legale inerente ai diritti d’autore sarà di esclusiva responsabilità dell’autore dell’opera presentata.
L’autore è responsabile unico per l’utilizzazione non autorizzata nel suo lavoro di idee e testi. La Fondazione è pertanto sollevata da ogni responsabilità.
11. La comunicazione del vincitore avverrà entro il 30 luglio 2011 tramite lettera e successiva pubblicazione sul sito della Fondazione (www.fondazionealinari.it) e su quello di «Italian Poetry Review» (www.italianpoetryreview.net); la cerimonia di premiazione entro dicembre 2011.



















